Castellammare. Spaccio a Licerta, la Dda chiede 84 anni di carcere per 6 ras dei Vitale

Tiziano Valle,  

Castellammare. Spaccio a Licerta, la Dda chiede 84 anni di carcere per 6 ras dei Vitale

Ottantaquattro anni di carcere per sei imputati accusati di far parte dell’organizzazione criminale che trafficava sostanze stupefacenti nel rione Licerta, nel cuore del centro antico di Castellammare di Stabia. Sono condanne pesantissime quelle che ha chiesto la Procura Antimafia davanti al gup del Tribunale di Napoli, Carla Sarno, dove si sta svolgendo il processo per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Vent’anni di reclusione è la pena chiesta per Maurizio e Ciro Vitale, accusati di essere i promotori, i dirigenti e gli organizzatori del sodalizio criminoso. Sono loro, per i pm, a dettare le linee strategiche del gruppo, a rifornirsi di droga, a decidere ruoli, compensi e distribuire le “mesate” – gli stipendi – per gli affiliati liberi e per le famiglie dei detenuti. Sullo sfondo gli accordi con gli altri clan stabiesi, ma anche con la camorra di Torre Annunziata e Nocera Inferiore per l’acquisto degli stupefacenti da immettere nella piazza di spaccio. Sedici anni di reclusione sono stati chiesti per Ciro Salvato e dodici per Domenico Sorrentino, considerati gli “impiegati” del gruppo, usati dai ras come autisti, vedette o spacciatori all’occorrenza. Quattordici anni per Massimo Fiorillo, ritenuto uno dei pusher più attivi nella piazza di Licerta. Infine, c’è la condanna a due anni di carcere richiesta per Salvatore Valanzano, che però non rispondeva dell’accusa di associazione per delinquere. L’Antimafia punta dunque a spazzare via il gruppo dei «mariuoli», questo il soprannome con cui è conosciuta la famiglia Vitale a Castellammare. Ma sulla possibilità che si arrivi presto alla sentenza pesa l’istanza di ricusazione del giudice presentata dall’avvocato Francesco Romano (del collegio difensivo fanno parte anche gli avvocati Andrea Somma, Antonio de Martino e Giuliano Sorrentino), difensore di Maurizio Vitale. Secondo il legale che aveva chiesto gli arresti domiciliari per il suo assistito, nel motivare il diniego all’attenuazione della misura cautelare, si scorgerebbe un anticipato convincimento da parte del giudice. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (pm Giuseppe Cimmarotta) ha portato alla luce l’esistenza di una vera e propria succursale di Gomorra nel cuore della città. Una “Scampia” in miniatura trasformata in supermarket dello spaccio, con affari milionari e incassi giganteschi. Base operativa del gruppo la zona del rione Licerta, epicentro degli affari illeciti dei Vitale. Il deposito della droga poi venduta ai pusher, invece, sarebbe stato realizzato a Gragnano e gestito da altri indagati. In particolare i collaboratori hanno parlato ai pm dei legami tra i Vitale e i D’Alessandro, della tassa che il gruppo del Centro Antico paga ai boss di Scanzano. E soprattutto del fatto che il legame tra le due organizzazioni si sarebbe rafforzato in seguito ad un omicidio. Si tratta del delitto costato la vita – nel 2017 – all’ex collaboratore di giustizia, Antonio Fontana, assassinato ad Agerola. Delitto irrisolto che sarebbe stato realizzato, secondo diversi collaboratori, proprio dai D’Alessandro per punire i legami tra Fontana e il clan Omobono-Scarpa. «Credo che in passato i Vitale non pagassero i D’Alessandro perché non erano in buoni rapporti, questa cosa però è cambiata dopo l’omicidio di Antonio Fontana», il passaggio di uno dei verbali resi da Catello Rapicano, killer della cosca di Scanzano e ultimo pentito della criminalità stabiese.

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