Totò e il suo amore per Napoli Il principe che Partenope non ha mai dimenticato
«Io so’ nu poco poeta, nu poco attore, nu poco nobile. Ma soprattutto so’ napulitano». Lo diceva con il sorriso sulle labbra, Antonio De Curtis. Anzi, Totò. Il nome che da solo riempiva i teatri, faceva sorridere intere famiglie davanti alla televisione in bianco e nero, faceva piangere con una poesia recitata sottovoce. Un attore, ma anche molto di più. Una maschera, un volto del quartiere, una smorfia che ancora cammina tra i vicoli, che ancora parla dalle facciate dei palazzi, nei murales, o dalle fotografie che riempiono i bar e i ristoranti. A Napoli, e non solo. Totò non è mai morto davvero. E la mostra «Totò e la sua Napoli», inaugurata il 31 ottobre scorso al Palazzo Reale, lo dimostra.
Allestita nella Sala Belvedere (curata da Alessandro Nicosia e Marino Niola) l’esposizione è inserrita nel programma delle celebrazioni per i 2500 anni dalla fondazione di Napoli (Neapolis 2500) ed è stata realizzata con il contributo degli Eredi Totò. Le fotografie selezionate, molte delle quali rare o inedite, non si limitano a raccontare la carriera del principe, ma narrano anche la città attraverso uno dei suoi figli più celebri e amati. Totò nel quartiere Sanità, Totò sul set, Totò nei teatri, Totò tra la gente. Ognuna delle immagini è una ferita dolce nel tessuto urbano: testimonianza che racconta quanto l’identità di Napoli e quella dell’attore siano una cosa sola.
Di Totò si ricordano soprattutto le risate, e quelle rimarranno, ma era anche poeta. Scrisse versi delicati, malinconici, profondi. Tra tutte le sue opere spicca «’A livella», una poesia sulla morte che riequilibra il mondo. Il nobile e il poveraccio che si ritrovano, sotto terra, uguali. Napoli, che conosce bene il teatro della vita e quello della morte, ha fatto propria quella poesia. La si trova incisa su lapidi, citata nei comizi, raccontata a scuola. Non c’è funerale napoletano dove, prima o poi, non risuoni una sua strofa. E poi c’è l’attore, che prende parte a 97 film da protagonista. Alcuni puramente comici, altri con sfumature tragiche, sociali, persino metafisiche.
In pellicole come «L’oro di Napoli» o «Miseria e Nobiltà», Napoli è più di una scenografia: è coprotagonista. In ogni battuta, ogni pausa, ogni sguardo, Totò porta con sé la voce della sua città. Un dialetto che non è chiusura ma ponte, che ha fatto ridere anche chi non lo capiva del tutto. Eppure, come spesso accade per i grandi della storia, la memoria di Totò, paradossalmente, ha dovuto sgomitare per arrivare fino a noi. Ci son voluti anni perché si comprendesse che la casa umile al Rione Sanità, dove Antonio De Curtis venne alla luce doveva diventare un simbolo collettivo da salvaguardare ad ogni costo. Un po’ come era accaduto per la casa natale di Enrico Caruso, “recuperata” solo alcuni anni fa e trasformata in un piccolo museo.
Per troppo tempo, la dimora di Totò bambino è rimasta ignorata, abbandonata all’incuria e all’oblio. Solo negli ultimi anni, grazie all’impegno di associazioni locali, di storici e di semplici cittadini, si è tornati a parlarne come di un luogo da proteggere e valorizzare. Ora la memoria di Totò inizia a prendere anche una forma materica: una statua lo raffigura seduto su una panchina in piazza Sanità. I murales ne fanno un santo laico del popolo. Ciò che manca, ad oggi, è un degno museo permanente. Un grande rimpianto. Una grave pecca. In realtà il museo Totò è stato promesso, progettato, annunciato. Doveva sorgere nel settecentesco Palazzo dello Spagnolo, a pochi passi dalla casa natale. Avrebbe raccolto fotografie, copioni, costumi, poesie, oggetti personali. Ma non è mai stato aperto. I fondi pubblici sono arrivati, i lavori in parte cominciati, poi rallentati, poi svaniti nel solito pantano burocratico. I cimeli, intanto, attendono.
Napoli ha sempre amato Totò, questo è certo, ma non sempre ha saputo tradurre il suo amore in azioni concrete. Per questo la mostra allestita a Palazzo Reale è importante: perché restituisce dignità a un legame profondo e perché, forse, è il primo passo verso una consapevolezza più matura. Totò è stato un interprete straordinario, ma il suo vero genio è stato quello di farsi specchio. La sua comicità non è mai stata evasione: è sempre stata un modo per leggere la realtà, smascherarla, renderla tollerabile. Oggi, in una città ancora attraversata da contraddizioni, povertà e nobiltà nascoste, Totò è più attuale che mai. Lo è il Totò poeta. Lo è il Totò pagliaccio. Lo è il Totò attore. Con la sua ironia, con la sua malinconia, con la sua genialità. Il suo volto campeggia sulle magliette che si vendono ai turisti, ma è inciso anche nei cuori. Come una icona pop, come un condottiero. Le sue parole sono tatuate sulla pelle, sono lette nei teatri, sono citate ovunque, persino sui menù. Ogni volta che un napoletano risponde con arguzia, con filosofia da marciapiede, con gentilezza travestita da sarcasmo, c’è un po’ di Totò.
La notte tra il 13 e il 14 aprile 1967 al medico che corse al suo capezzale: «Lasciatemi morire, il dolore mi dilania». Poi, prima di affidare le sue ultime parole d’amore a Franca Faldini («T’aggio volut bene. Ma proprio assai») si rivolse al cugino: «Edua’, mi raccomando quella promessa: portami a Napoli». E a Napoli lo attenderà un mare di gente accorsi per tributargli l’ultimo saluto nella Basilica del Camine Maggiore. «Totò e la sua Napoli» dunque non è solo il titolo di una mostra fotografica da attraversare immersi nelle emozioni e nella storia. È una sintesi perfetta di un rapporto d’amore tra un uomo e la sua terra. Quello tra una città e un uomo che forse l’ha rappresentata meglio di chiunque altro. Napoli gli ha dato tutto, Totò ha restituito tutto,con gli interessi. E oggi, ancora una volta, lo accoglie come si fa con chi non è mai andato via.

