Inchiesta Tsunami, a processo i boss dei D’Alessandro

Ciro Formisano,  

Inchiesta Tsunami, a processo i boss dei D’Alessandro

Sono stati tutti rinviati a giudizio i 29 imputati coinvolti nell’inchiesta “tsunami”, la mega indagine sulla camorra stabiese che vede protagonista il clan D’Alessandro. Ieri mattina, il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Napoli ha accolto la richiesta dell’Antimafia, mandando a processo i sospettatati finiti nella rete dell’indagine imbastita dalla Dda. Il processo, come annunciato durante l’udienza, si dividerà in due tronconi. Sette imputati hanno, infatti, scelto il rito abbreviato. Si tratta di Nunzio Bellarosa, Antonio Lucchese, Teresa Martone (vedova del boss Michele D’Alessandro) Pasquale e Michele D’Alessandro e i due pentiti Renato Cavaliere e Salvatore Belviso. Per loro il processo lampo si aprirà tra meno di un mese.

Tutti gli altri, invece, dovranno presentarsi per il dibattimento  – a febbraio – dinanzi ai giudici del tribunale di Torre Annunziata nel filone con rito ordinario. In quel fascicolo messo insieme dalla Dda c’è un pezzo di storia della camorra stabiese. Le accuse contestate, a vario titolo, vanno dall’appartenenza al clan al traffico di droga, poi ancora estorsioni, minacce e usura. Reati aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose. In tutto sono sedici i capi d’imputazione contestati. Episodi che fanno riferimento all’arco temporale che va dal 2006 al 2009. Sotto la lente d’ingrandimento del pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta, l’affare racket, la vera fonte di sostentamento della cosca.  In quegli anni tutti, secondo gli inquirenti, pagavano la tangente alla camorra. Dalle ditte che lavoravano per il Comune passando per le imprese edili impegnate in lavori privati di ristrutturazione. I D’Alessandro sarebbero arrivati a imporre una tassa fissa del 5% su ogni appalto, arrivando a chiedere e ottenere soldi anche sull’acquisto di grossi immobili in città.  Un sistema di cui sarebbero stati artefici – sostengono gli inquirenti – anche altri personaggi di primo piano come Vincenzo D’Alessandro, libero da qualche anno e che all’epoca era ritenuto, dagli inquirenti, il vero reggente della cosca rimasta orfana dei boss finiti dietro le sbarre. Coinvolto nell’inchiesta anche Paolo Carolei, l’uomo accusato, tra l’altro, di essere l’anello di congiunzione tra la camorra e gli imprenditori che avrebbero finanziato il clan di Scanzano. Un’indagine datata ma ritenuta dagli inquirenti la vera chiave di svolta per svelare gli affari della criminalità stabiese e tracciare gli equilibri interni a una delle più potenti e ricche organizzazioni criminali della provincia di Napoli. Uno scenario raccontato da migliaia di intercettazioni telefoniche e ambientali oltre che dai racconti degli stessi collaboratori di giustizia che hanno aperto uno squarcio nel muro di omertà che da sempre protegge i padrini stabiesi. Per queste accuse tutti gli imputati sono a piede libero. Nelle prossime udienze il collegio difensivo, composto dagli avvocati Antonio De Martino, Alfonso Piscino, Giuliano Sorrentino, Gennaro Somma, Renato D’Antuono, Francesco Schettino, Salvatore Vitiello e Francesco Romano, proverà a dimostrare l’innocenza degli imputati rispetto alle accuse contestate dalla Dda a loro carico.

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