Crollo a Torre Annunziata, l’arringa del pm: «Strage figlia di imprudenza e ignoranza»

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Crollo a Torre Annunziata, l’arringa del pm: «Strage figlia di imprudenza e ignoranza»

Ha ripercorso ogni istante di quella tragedia. Dalle indagini avviate pochi minuti dopo il crollo fino alle prove venute fuori dal processo. Tre anni e mezzo condensati in poco meno di quattro ore di requisitoria. Tutto per sostenere che il cedimento di quella palazzina che ha sepolto «8 vittime innocenti» è stato causato da «lavori abusivi» ma anche «dall’imperizia, dall’imprudenza e dall’ignoranza tecnica» degli imputati accusati di omicidio e crollo colposo. Parole durissime quelle che hanno aperto la requisitoria del processo per la strage di Rampa Nunziante a Torre Annunziata, il crollo della palazzina che all’alba del 7 luglio del 2017 ha portato alla morte di otto persone, tra cui due bambini. «Una tragedia vissuta con commozione, una ferita che ancora non si è rimarginata per Torre Annunziata», afferma nelle discussioni finali del processo il sostituto procuratore, Andreana Ambrosino. Il pm che ha coordinato l’inchiesta ieri mattina, nell’aula Siani del tribunale di Torre Annunziata, ha cominciato la sua requisitoria partendo proprio dalle drammatiche immagini di quell’alba di lacrime e dolore, di silenzi e speranze infrante. «Alle sette del mattino mi hanno chiamato i carabinieri per dirmi del crollo. Di quel giorno ricordo il rumore assordante, le lacrime. Ma anche i lunghi silenzi alimentati dalle vane speranze di ritrovare la vita sotto quelle macerie». Poi l’amara realtà, la triste sfilata dei cadaveri ritrovati sotto i mattoni del palazzo. «Tutti morti soffocati», come ha detto l’autopsia. Nell’incipit della discussione finale il pm ha ribadito la necessità di distinguere i profili di responsabilità penale attribuiti ai 15 imputati in due diversi filoni. «Abbiamo subito scoperto che l’immobile era completamente abusivo». Ma nonostante ciò le prime indagini hanno chiarito che erano in corso, in quel periodo, lavori di ristrutturazione al primo e al secondo piano. E proprio i lavori al secondo piano, come rimarcato dalla perizia firmata dai super consulenti della procura, i professori Nicola Augenti e Andrea Prota, avrebbero portato ad «una eccessiva sollecitazione del maschio murario a causa dell’abbattimento di alcuni tramezzi». Sollecitazione che avrebbe poi determinato il crollo di un’ala del palazzo. Il pubblico ministero ha ripercorso anche i ruoli dei vari imputati nella vicenda anche attraverso le testimonianze rese in aula da operai e inquilini del palazzo che sono entrati in quell’appartamento al secondo piano. La casa che Massimo Lafranco aveva venduto a Gerardo Velotto (entrambi imputati). «Sembrava un cantiere, c’erano delle crepe nel muro sul lato ferrovia dalle quali entrava la luce», una delle deposizioni resa in aula e sottolineate dall’accusa. E ancora l’uso dei martelli pneumatici, «le finestre che non si chiudevano», le preoccupazioni di Giacomo Cuccurullo (dipendente dell’Utc morto nel crollo assieme alla sua famiglia) e quella riunione organizzata il 6 luglio per fare il punto della situazione alla luce di una situazione già ampiamente compromessa. «Il 6 luglio la situazione del palazzo era già drammatica. Quel giorno i proprietari e i tecnici avrebbero dovuto chiamare i vigili del fuoco e sgomberare l’edificio – le parole del pm – Non avrebbero evitato il crollo ma sicuramente avrebbero evitato la morte delle otto vittime. Sarebbe bastata una semplicissima verifica». Ma così non è stato. Ampio spazio è stato dedicato, dal pubblico ministero, anche a contrastare le tesi racchiuse nelle perizie commissionate dalla difesa. Studi che avrebbero attribuito il crollo alla conformazione statica del terreno, ai lavori non autorizzati degli anni precedenti, alle vibrazioni legate alla presenza della ferrovia. Tesi «prive di rilievo scientifico e realizzate senza tener conto dei racconti dei testimoni», l’affondo del pubblico ministero. E ancora l’analisi delle chat racchiuse nel cellulare di Cuccurullo e le parole di Roberto Cuomo, l’amministratore di condominio. «Sul luogo del crollo mi disse che in venti giorni era entrato il diavolo nel palazzo», svela il pm riferendosi all’avvio dei lavori nell’appartamento acquistato da Velotto. E ancora il ruolo dei singoli imputati accusati delle imputazioni più gravi. Da Massimiliano Bonzani, il tecnico che «ha diretto i lavori al secondo piano e che ha consentito e coordinato – dice il pm – lavori strutturali senza rendersi conto del pericolo» fino a Pasquale Cosenza, il «mastro operaio che agiva sotto le direttive di Velotto e Bonzani». Poi Cuomo e Lafranco che non «potevano non sapere dei lavori abusivi». E ancora il famoso incontro dal notaio tra Lafranco e Velotto il giorno del crollo per chiudere la vendita «con i morti sotto al palazzo». Un particolare definito «sconcertante» dal pm. A chiudere Aniello Manzo, architetto che «era nel cantiere e dava gli ordini agli operai». Anche lui, come gli altri tecnici, «aveva visto le crepe», dice il pubblico ministero.  Elementi che hanno spinto il pm a ritenere provate le responsabilità penali degli imputati. Nella prossima udienza, fissata tra una settimana, l’accusa concluderà la sua requisitoria focalizzando l’attenzione anche sulla posizione degli altri imputati, accusati di falso ideologico. In quella sede verranno anche formulate le richieste di condanna e cominceranno le discussioni delle parti civili costituite nel processo. Poi toccherà alla difesa degli imputati provare a dimostrare l’innocenza dei loro assistiti e rispondere alle durissime accuse sottolineate ieri in aula. Il giudice Francesco Todisco ha già elaborato un fitto calendario di udienze fino a fine marzo. Entro primavera potrebbe anche essere emessa la sentenza di primo grado. La prima risposta alla richiesta di  «verità e giustizia» che da oltre 3 anni e mezzo è scolpita sulle pareti di quel palazzo vuoto diventato icona di una tragedia che poteva essere evitata. @riproduzione riservata

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