Dia, il Nord capitale ‘finanziaria’ delle mafie. Le organizzazioni cambiano pelle

Dia, il Nord capitale ‘finanziaria’ delle mafie. Le organizzazioni cambiano pelle

Le organizzazioni criminali “cambiano pelle” e, grazie a “facilitatori” e “artisti del riciclaggio” si insinuano sempre più nel mondo della finanza, eleggendo il nord Italia come loro capitale finanziaria. L’allarme contenuto nella relazione sul secondo semestre del 2018 che la Direzione investigativa antimafia ha appena consegnato al Parlamento conferma quello che il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho ripete da mesi: le mafie sono sempre più a caccia di soggetti che sappiano usare l’indice non per sparare ma per fare click su un mouse e sposare ingenti quantità di denaro da un paradiso off shore all’altro.    Mafia, ‘Ndrangheta e camorra, dice la Dia, operano sempre più “secondo modelli imprenditoriali variabili” che vengono calibrati su ogni realtà economica in cui le organizzazioni si infiltrano e che colpiscono “indistintamente” tutti i settori economici. Un modus operandi che funziona in Italia e all’estero, dove ormai le cosche – la ‘ndrangheta soprattutto ma anche Cosa nostra – hanno impiantato strutture permanenti. Come veri e propri broker finanziari dunque, i mafiosi del 2019 variano il ‘paniere’ dei propri investimenti “a seconda della situazione che si trovano ad affrontare”. Ma per fare questo le cosche hanno bisogno di professionisti più che di picciotti. Ci sono decine di colletti bianchi, scrivono gli investigatori, “che prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari”: personaggi capaci di gestire transazioni internazionali da località off shore, “offrendo riservatezza e una vasta gamma di servizi finanziari”.    La conferma di questa mutazione è nei dati: il maggior numero di operazioni finanziarie sospette delle mafie si registra al nord Italia, vale a dire nella parte più produttiva del paese. Sono quasi la metà di quelle analizzate: il 46,3% contro il 33,8% del sud e il 18,7% del centro Italia. Un segnale che “può essere indicativo – dice la Dia – di una mafia liquida che investe in questa parte del paese in maniera occulta, utilizzando per i propri scopi criminali delle teste di legno. Una mafia latente che potrebbe, in prospettiva, manifestarsi con caratteri più evidenti”. Uno scenario che sta mettendo in difficoltà la stessa legislazione antimafia che “sembra scontare ancora i limiti legati alla competenza territoriale in cui vanno a radicarsi i procedimenti penali e di prevenzione”. In sostanza, spiega la Dia, i fascicoli tendono a finire sempre nei distretti giudiziari in cui le mafie si sono storicamente sviluppate ma così facendo si ha una “limitata possibilità di perseguire l’azione illecita da parte dei distretti del centronord,  in cui oggi invece si manifestano con sempre maggior forza le attività economico-finanziarie delle mafie”.    La Relazione indica poi un altro aspetto, che non va sottovalutato. Non ci sono solo le organizzazioni criminali autoctone a preoccupare: la mafia nigeriana, ad esempio, è ormai una realtà pericolosa tanto quanto alcuni clan, poiché ha una rete “in costante contatto con la madre Patria” che è necessario monitorare per “prevenire eventuali contaminazioni delle espressioni estremiste filo-islamiche” di Boko Haram. E perché in alcune zone, come in Sicilia, “ha trovato un proprio spazio, con il sostanziale placet di Cosa nostra”


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