Gaetano Angellotti

Sei colpi, uno al volto. Così hanno massacrato il boss Di Lorenzo

Gaetano Angellotti,  
Sangue sui Monti Lattari, il ras era considerato il "signore" della marijuana. Aveva l'obbligo di rientrare nella sua abitazione alle 21, i sicari lo hanno sotto casa

Sei colpi, uno al volto. Così hanno massacrato il boss Di Lorenzo

Gaetano Angellotti,  

Chi ha colpito sapeva bene come, quando e dove farlo. Perchè di Antonio Di Lorenzo, alias Tonino ‘o lignammone, ras del narcotraffico di marijuana dei monti Lattari, conosceva le abitudini e soprattutto gli obblighi a cui era sottoposto da quando era stato scarcerato, diversi mesi fa. E così i killer sono entrati in azione con un agguato che sembra portare quasi una firma, la stessa degli ultimi omicidi di camorra, commessi non a caso proprio a Casola e nella vicina Pimonte.

L’obiettivo, quale che sia il movente, era uno e uno solo: eliminare l’uomo che secondo gli inquirenti negli ultimi anni aveva assunto un ruolo di primo piano nel redditizio business della produzione di canapa indiana. E per ucciderlo, i killer lo hanno atteso sotto casa. Consapevoli di non dover aspettare molto, anzi, contando su un orario preciso: entro le 21, infatti, Antonio Di Lorenzo era obbligato a rincasare, essendo sottoposto a precise prescrizioni, oltre all’obbligo di presentarsi in caserma dai carabinieri, a Gragnano, quotidianamente. Così i killer si sono appostati nella boscaglia a ridosso della zona dove abitava Di Lorenzo, in via Giovanni Del Balzo: una delle tante stradine che dal centro di Casola si dipana verso la montagna, la Selva, e lungo le quali sorgono numerose abitazioni.

Tra cui anche l’edificio a due piani dei Di Lorenzo. Approfittando anche del buio e dell’assoluta tranquillità con cui l’uomo si muoveva, hanno atteso che rincasasse intorno alle 20.45, a bordo del suo scooter, e gli hanno scaricato contro numerosi colpi di fucile, caricati a pallettoni. Almeno sei o sette sono andati a segno, anche al capo e al volto. Per Di Lorenzo, 53 anni, non c’è stato nulla da fare: è morto lì, sul cancello del giardino di casa, a pochi passi dalla moglie e dai due figli che disperatamente hanno tentato di prestargli soccorso, ma è stato tutto inutile. Sul posto sono arrivati rapidamente i carabinieri della compagnia di Castellammare, guidati dal capitano Carlo Venturini, che fino a tarda notte hanno battuto la zona in cerca di elementi utili per le indagini. Nel frattempo i sicari si sono dileguati, molto probabilmente attraverso la stessa strada da cui erano arrivati. Vale a dire, anche se non è stato ancora accertato e i rilievi della scientifica sono stati resi difficoltosi dall’oscurità, attraverso la montagna.

La Selva di Casola, che incombe sul centro storico del paesino dei Lattari. Da lì, attraverso la vegetazione, chi conosce il posto può raggiungere diversi punti della cittadina, bypassando eventuali controlli e soprattutto le riprese delle telecamere di sorveglianza. Un agguato in pieno stile “pimontese”, viene da pensare a primo acchito. Perchè riporta alla mente i tempi della faida D’Alessandro-Imparato, nei primi anni ’90, quando i pimontesi fedeli a Mario Umberto Imparato portavano a termine i propri raid di morte proprio in questo modo: con appostamenti nella vegetazione, a ridosso di strade e abitazioni anche isolate, con estrema audacia e sprezzo delle possibili conseguenze. Quasi sempre usando armi da caccia, come fucili a canne mozze o doppiette. Una vera e propria “firma”, che negli ultimi anni ha siglato gli omicidi di camorra più efferati nella zona dei Lattari.