Ciro Formisano

Camorra, mani sugli appalti. Un affare per cinque boss

Tangenti sui lavori e bandi cuciti addosso alle ditte vicine alla criminalità organizzata I pentiti dei clan Falanga, Di Gioia e Papale tirano in ballo anche gli imprenditori delle cosche

Camorra, mani sugli appalti. Un affare per cinque boss

TORRE DEL GRECO –  Da un lato i camorristi locali, pronti a tutto pur di spartirsi la tangente sui lavori pubblici per finanziare lo spaccio e pagare i “carcerati”. Dall’altro la camorra-impresa, la spa del crimine che punta a mettere le mani sugli appalti milionari attraverso aziende formalmente pulite. In mezzo una ragnatela di affaristi, mediatori e fiancheggiatori chiamati ad assecondare, direttamente o indirettamente, le volontà dei boss in cambio di laute tangenti. Eccola la Suburra degli appalti di Torre del Greco. La città delle ombre e degli scandali ritratta, in questi mesi, dalle inchieste che hanno fatto vibrare le pareti di Palazzo Baronale. Indagini e fascicoli nei quali è raccontata una storia terribile. Quella di una realtà svenduta, dove la criminalità organizzata – così sostengono i pm – fa affari anche con chi dovrebbe rappresentare lo Stato, i cittadini. Dalle carte che agli inizi di ottobre finiranno al centro del processo sul “sistema Vaccaro” – l’insospettabile imprenditore accusato di aver fatto da collante tra criminalità e ditte aggiudicatarie degli appalti – emergono retroscena inquietanti. L’indagine vede oggi imputate 11 persone. Tra loro anche alcuni esponenti di primo piano dei clan Falanga, Di Gioia e Papale: i tre sodalizi criminali attivi sul territorio che attraverso Vaccaro – secondo l’accusa – avrebbero incassato tangenti mensili sugli appalti pubblici, in particolare sulla gestione del settore rifiuti. Quello della nettezza urbana, dopotutto, è un affare che da sempre fa gola alle mafie. Ma oltre alle organizzazioni criminali interessate al racket ci sarebbero altre cosche “straniere” che avrebbero beneficiato del presunto “sistema” di manipolazione degli appalti di cui sarebbero protagonisti anche alcuni ex politici (su questo filone indagano i pm di Torre Annunziata). E si tratterebbe di cosche di primissimo piano, specializzate nel riciclaggio dei capitali illeciti. Clan che nel corso dei decenni si sono trasformati in vere e proprie imprese, arrivando a inquinare e condizionare in maniera pesantissima l’economia “pulita”. Nei verbali firmati dall’esercito di collaboratori di giustizia che hanno contribuito alle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, vengono tirate in ballo, in particolare, due organizzazioni criminali. Si tratta dei Cesarano, cosca con base e interessi tra Castellammare e Pompei, e dei Casalesi, la multinazionale del crimine di Casal di Principe. Un sospetto, questo, ribadito anche dai racconti di Giuseppe Pellegrino, ex soldato del  clan Falanga che in un verbale del 2015 ha affermato che «molte ditte che hanno vinto appalti a Torre del Greco sono proprio del casertano». Secondo il pentito, infatti, Vaccaro avrebbe avuto rapporti con l’ala dei Casalesi fondata dal super boss Michele Zagaria, alias capastorta. E non è finita qui. I pentiti parlano anche dei rapporti tra quel “sistema” e alcune organizzazioni criminali napoletane. E nel mare magnum finisce anche una ditta legata ai Cesarano che avrebbe conquistato un appalto proprio grazie alla “corsia” preferenziale aperta dalla camorra. Racconti e retroscena di un’inchiesta che nelle prossime settimane finirà al vaglio dei giudici. Un’indagine dalla quale, però, potrebbero nascere altri filoni investigativi.