Andrea Ripa

Droga, armi e sangue. Il gotha del clan Batti ora rischia il processo

Spaccio ed estorsioni, gli affari sporchi all’ombra del Vesuvio L’Antimafia chiude le indagini, 29 indagati sotto i fari della Procura

Droga, armi e sangue.  Il gotha del clan Batti ora rischia il processo

SAN GIUSEPPE VESUVIANO – Per la direzione distrettuale antimafia di Napoli l’inchiesta sull’ascesa e gli affari del clan Batti è formalmente chiusa, ora le 29 persone iscritte mesi fa nel registro degli indagati rischiano di finire a processo. Nei giorni scorsi sono stati notificati gli avvisi di conclusione indagine da parte della procura, nel mirino dello Stato capi, generali e gregari della nuova organizzazione criminale, nata negli ultimi anni all’ombra del clan Fabbrocino e capace di imporsi nel mercato dello smercio al dettaglio degli stupefacenti. Un giro di affari sporchi, legato ai carichi di droga importati dall’estero, al traffico di armi e alle estorsioni ai danni degli imprenditori, ricostruito dalla Dda napoletana e dal nucleo investigativo della compagnia di Torre Annunziata, che a maggio hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare su ordine del gip di Napoli, Alessandra Ferrigno. Alle prime luci dell’alba dello scorso 14 maggio scattarono undici arresti, con decine affiliati e presunti tali finiti sotto inchiesta. Sono le picconate che hanno fatto cadere a metà il castello costruito dal 2008 a oggi e fondato su sangue e droga. Il clan è stato completamente decapitato, in cella sono i vertici di un sodalizio violento e potente, nuovi boss, generali, portavoce e semplici gregari: tutti dietro le sbarre.

Nel registro degli indagati 29 persone, accusate, a vario titolo, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di arma da fuoco, estorsione e violenza privata, aggravate dal metodo mafioso e dallo scopo di favorire la nascita e il consolidamento di quella che è stata definita un’emergente associazione camorristica. Sulla lista dei magistrati ci sono tutti i vertici del clan dei “milanesi”: Alan Cristian Batti, Luigi e Omar Batti. Ma soprattutto Alfredo Batti, ritenuto promotore e organizzatore dell’impero smantellato dal tintinnio di manette e dal boato delle sirene delle auto dei carabinieri. Dediti allo smercio al dettaglio delle sostanze stupefacenti, cocaina, hashish e marijuana facilmente reperibili grazie agli ottimi rapporti con i narcos del Vesuviano, la cosca nata da una costola del clan Fabbrocino, che negli anni aveva ricevuto anche il “benestare” del boss per poter gestire in proprio gli affari illeciti relativi agli stupefacenti – dietro pagamento di una quota sui guadagni -, aveva agganci ovunque.

E complice la morte di Mario ‘o gravunaro avrebbe anche potuto prendere il posto della famiglia criminale rimasta senza guida. Un clan che dopo i primi anni in cui era costretto a pagare una quota ai Fabbrocino per poter smerciare droga s’è ingrandito. E’ uscito dall’ombra, conquistato piazze e città. Imponendo la propria legge, seminando paura e violenza. L’organizzazione era gestita da Alfredo Batti, figlio di Salvatore Batti, noto narcos che aveva esportato nel milanese il metodo camorristico appreso all’ombra del Vesuvio e freddato da una pioggia di piombo nel 1990. Alfredo gestiva tutto insieme ai fratelli e nonostante non fosse il più anziano, secondo quanto descritto dalla magistratura, era il punto di riferimento del sodalizio «determinando le scelte strategiche del gruppo ed era, per i modi violenti che era solito usare, anche il più temuto». Un gradino sotto i fratelli Alan Cristian e Luigi Batti, assieme alla sorella Giuseppina e al cognato Sabato Ambrosio. Le indagini sono partite dai tentati omicidi di Luigi Avino (del 28 aprile 2013) e di Mario Nunzio Fabbrocini (del 27 settembre 2013), in un’area tradizionalmente controllata dal clan Fabbrocino, inducendo a ritenere che fosse in atto una fase di alterazione degli equilibri criminali su quel territorio. Le indagini dei finanzieri di Salerno hanno inoltre accertato la capacità del sodalizio criminale di approvvigionarsi di enormi quantità di droga, importando sostanze stupefacenti da sudamerica e dal nord Africa. Affari sporchi finiti al centro della maxi ordinanza che ha decapitato il cartello nato nel quartiere di Santa Maria la Scala, a San Giuseppe Vesuviano. I 29 indagati ora avranno a disposizione un termine di 20 giorni per esercitare una serie di facoltà difensive come la richiesta di essere interrogato dal pubblico ministero, prima che venga formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio.