Gaetano Angellotti

Sulle tracce dei killer dei boschi. Potrebbero essere cacciatori

Pregiudicati e sospetti fiancheggiatori sotto torchio in tutta la zona In diversi casi eseguita anche la prova del guanto di paraffina

Sulle tracce dei killer dei boschi. Potrebbero essere cacciatori

PIMONTE –  Nervi saldi, perfetta conoscenza della zona e mira infallibile. Sono alcune caratteristiche del profilo che gli inquirenti attribuiscono ai criminali responsabili dell’omicidio di Antonino Di Lorenzo, il cinquantatreenne pluripregiudicato considerato figura di primo piano nell’affare illecito della produzione di canapa indiana. I killer che lo hanno atteso nei pressi di casa sua, a via Giovanni Del Balzo, conoscono perfettamente la zona. Sanno come far perdere le proprie tracce percorrendo le zone più impervie della Selva di Casola e del monte Muto. Molto probabilmente, è proprio quello il loro “habitat naturale”. Su quei monti svolgono attività che non danno nell’occhio, ma sotto gli umili panni di pastori, legnaiuoli e cacciatori, evidentemente si celano anche killer spietati. Almeno questo è uno dei sospetti degli inquirenti, che in questo come negli altri omicidi irrisolti a Casola vedono un legame soprattutto nelle modalità di esecuzione: agguati spietati, eseguiti al riparo della boscaglia, con armi da caccia. Poi, dopo aver colpito, i killer scompaiono senza lasciare tracce. Nessun collegamento con quelli che in teoria potrebbero essere i mandanti. Da qui il sospetto che in realtà i due anelli della catena di morte possano essere ben separati l’uno dall’altro: i sicari della montagna agiscono su commissione, magari facendosi pagare profumatamente (e in anticipo, in modo da non aver alcun contatto successivo) e i boss sanno che se qualcosa dovesse andare male, nulla potrebbe ricondurre a loro.

Certo è che, come nei casi precedenti, le indagini sull’omicidio di Antonino Di Lorenzo si preannunciano molto complicate. I carabinieri della compagnia di Castellammare di Stabia, guidati dal capitano Carlo Venturini, già nella tarda serata di mercoledì hanno accertato la dinamica dell’agguato: i killer, molto probabilmente due, hanno atteso il cinquantatreenne nei pressi di casa sua, ben sapendo che entro le 21 sarebbe rincasato, essendo sottoposto all’obbligo di permanenza in casa nelle ore notturne. Al riparo della vegetazione di un fondo poco distante, un terreno agricolo curiosamente di proprietà di Ciro Orazzo, altro pregiudicato ucciso in un agguato simile due anni fa. Quando Di Lorenzo è arrivato in sella al suo scooter, i sicari hanno approfittato del piccolo lasso di tempo dell’apertura del cancello di ingresso dell’abitazione per fare fuoco. Da una distanza di una ventina di metri, secondo la scientifica. Considerate le condizioni di scarsa luminosità, il fatto che ben quattro colpi di fucile calibro 12 caricati a pallettoni siano andati a segno, lasciano intendere che si tratti di tiratori espertissimi, se non eccezionali. Di Lorenzo, colpito alla spalla destra dal primo colpo, si è accasciato al suolo cadendo insieme allo scooter.

Gli altri colpi lo hanno raggiunto al corpo e alla testa, sfigurandogli tutto il lato destro del viso. Quando dalla casa a tre piani in cui abitava con la famiglia si sono precipitati dabbasso la moglie e il più piccolo dei due figli, per lui già non c’era nulla da fare. Anche qui colpi al volto, nell’agghiacciante simbolismo della camorra potrebbero rappresentare un messaggio. La firma di un omicidio efferato, commesso per “vendicare” uno sgarro. Ma cosa, e nei confronti di chi? Sono questi alcuni degli interrogativi a cui i carabinieri tenteranno di dare risposta, per cercare di individuare killer e mandanti di Tonino ‘o lignammone. Ras del narcotraffico ucciso come un boss davanti al cancello di casa.