Ciro Formisano

Torre del Greco, dai rifiuti alla ristorazione. Il collocamento dei corrotti

Ciro Formisano,  

Torre del Greco, dai rifiuti alla ristorazione. Il collocamento dei corrotti

TORRE DEL GRECO – Per convincere gli elettori a svendere il proprio voto, oltre a soldi e promesse di posti di lavoro nella ditta di raccolta dei rifiuti, avrebbero garantito anche assunzioni a tempo indeterminato in alcune imprese private gestite dagli amici degli amici. Arrivando persino a sponsorizzare l’assunzione di figli e parenti dei boss dei clan Falanga e Ascione-Papale. Una sorta di collocamento elettorale fondato sulla corruzione e alimentato da un teorema tanto semplice quanto sconvolgente: “Se vuoi lavorare devi votare per me”.

E’ l’ennesimo retroscena che viene fuori dalle carte inedite dell’inchiesta sul voto di scambio a Torre del Greco. La mega-indagine sul presunto mercimonio elettorale che ha fatto da sfondo alle elezioni amministrative del 2018. Un fascicolo che fa tremare le porte di Palazzo Baronale e che ha portato, nei mesi scorsi, all’arresto di Stefano Abilitato, consigliere comunale eletto in una lista a sostegno del sindaco, Giovanni Palomba, e di Simone Onofrio Magliacano, ex assessore ritenuto il principale sponsor di mister 900 preferenze. I due principali indagati – secondo quanto emerso dalle indagini della procura di Torre Annunziata – avrebbero assoldato un gruppo di aspiranti netturbini. Spingendoli a comprare i voti davanti al seggio di corso Garibaldi (storica roccaforte della criminalità organizzata) in cambio della promessa dell’assunzione all’interno della ditta impegnata nella raccolta dei rifiuti. A guidare il gruppo Giovanni Massella, ex testimone di giustizia e figlio di un boss del clan Ascione-Papale ucciso in un agguato di camorra nel 2003 a Ercolano. Le nuove indagini Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli e i pm Giuseppe Borriello e Bianca Maria Colangelo hanno messo sotto inchiesta altre dodici persone. Dodici cittadini comuni accusati di aver venduto il proprio voto al gruppo messo in piedi – per gli inquirenti – da Abilitato e Magliacano.

A tirarli in ballo le dichiarazioni dei netturbini pentiti, le cui parole hanno aperto uno squarcio drammatico nella storia politica di Torre del Greco. Nei prossimi giorni gli indagati verranno ascoltati in procura per chiarire la propria posizione. A inchiodarli, oltre alle parole di Massella e company ci sono anche alcune chat. Messaggini, conversazioni nelle quali i venditori di voti ringraziavano il gruppo per aver ottenuto il denaro in cambio della preferenza espressa nel seggio. Ma alcuni dei nuovi indagati, avrebbero persino conquistato un posto di lavoro in diverse ditte private (fabbriche e anche un ristorante). Imprese ritenute legate, in qualche modo, alla galassia dei rapporti imprenditoriali tessuta da Magliacano, commercialista di fama oltre che ex amministratore comunale. I parenti dei boss E non è l’unico dettaglio al centro dell’ultimo atto dell’inchiesta scandalo che travolge la politica all’ombra del Vesuvio. Dagli accertamenti investigativi eseguiti dai carabinieri di Torre del Greco è anche emerso che sarebbe stata sponsorizzata l’assunzione part-time, all’interno della ditta dei rifiuti – attraverso il progetto “Garanzia Giovani” – del figlio di un affiliato del clan Falanga. Assunzione realmente avvenuta, così come quella dei netturbini assoldati successivamente per comprare le preferenze fuori al seggio di corso Garibaldi.

Abilitato e Magliacano, nei giorni scorsi, hanno preferito non rispondere alle domande dei pm su questi punti, trincerandosi nel silenzio. Elementi nuovi che al di là delle presunte responsabilità dei singoli rischiano di allargare il raggio d’azione di un’indagine mastodontica nella quale vengono citati, anche se non sono indagati, altri esponenti della politica locale. Politici di maggioranza e opposizione. Perché, come ribadito dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare blindata dal verdetto della Cassazione qualche giorno fa, “i voti per le elezioni comunali a Torre del Greco” non sono stati espressi per “stima, simpatia” o condivisione di valori”. Ma solo in base a “un diffuso, sistematico, vile e ignobile meccanismo di compravendita”.