Giovanna Salvati

Il narcos-pentito incastra il boss dei Tamarisco «Lui odiava Matilde»

Omicidio mamma coraggio

Il narcos-pentito incastra il boss dei Tamarisco «Lui odiava Matilde»

TORRE ANNUNZIATA – C’è un narcotrafficante che conosce bene la storia di Matilde Sorrentino. Un uomo che trasportava carichi di cocaina in giro per l’Europa per conto della famiglia Tamarisco, la dinastia di narcotrafficanti di Torre Annunziata. Da qualche tempo è diventato collaboratore di giustizia. E le sue parole, oltre a far tremare i signori dello spaccio, oggi fanno luce anche su uno dei delitti più atroci della storia della città. Era il 26 marzo del 2004. Matilde veniva uccisa sulla porta della sua casa. Le spararono al volto per tapparle la bocca. Una vendetta contro una mamma che aveva fatto ciò che doveva fare. Cioè denunciare i pedofili che abusavano di suo figlio. Nella prossima udienza del processo che vede imputato il presunto mandante di quel massacro, Francesco Tamarisco, quel narcos dovrà parlare. Raccontare ciò che sa del massacro di mamma coraggio.

Il suo nome è Alessandro Montella, un uomo al soldo della camorra per anni. Troppi, così tanti da assorbire informazioni, notizie, segreti. Misteri rimasti sepolti per anni, decenni. Soldato di un sistema malato e corrotto che oggi, invece, ha deciso di raccontare tutto, collaborando con la giustizia. Passando dalla parte dello Stato. Una gola profonda che da anni sta vuotando il sacco e che nel 2010 ha svelato anche quello che sapeva su mamma Matilde. E proprio Alessandro Montella sarà ascoltato in aula nella prossima udienza sul processo per l’omicidio di Matilde. E’ il 18 ottobre e Alessandro Montella vomita ai magistrati la sua verità. Il collaboratore di giustizia racconta di un episodio chiave che ha contribuito a costruire il castello di accuse nei confronti di Francesco Tamarisco. «Ero in Spagna, dovevo organizzare un traffico di droga quando Gennaro di Capua mi disse che i fratelli Francesco e Bernardo Tamarisco erano i mandanti dell’omicidio della cosiddetta madre coraggio».

Quel termine «cosiddetta» che accompagna la figura di Matilde diventa la sintesi di uno scenario inquietante, agghiacciante. Matilde era diventata il simbolo di una città: una donna semplice, gracile, silenziosa e discreta ma che aveva tirato fuori gli artigli quando quelle bestie avevano violentato suo figlio. Il suo piccolo Salvatore, strappandogli il sorriso e la voglia di vivere. Matilde era diventata l’icona della ribellione, del coraggio. L’eroina delle (poche) donne che avevano varcato la soglia della caserma e avevano denunciato. Lei per prima, per poi finire martoriata dal piombo. Una morte che frenò la voglia di verità. Una morte che fece calare il terrore su chi aveva deciso di collaborare. Alessandro Montella Matilde non la conosceva se non per i racconti dei suoi “compagni”. Ma quello che viene a sapere diventa oro colato per i magistrati che sui pentiti hanno costruito un percorso chiaro. Un’indagine, quella riaperta dopo oltre un decennio dal procuratore facente funzioni Pierpaolo Filippelli, che ha contribuito ad incastrare il ras dei Nardiello. «Le dichiarazioni della donna che aveva denunciato i pedofili del figlio avevano fatto subire un processo ai fratelli Tamarisco e avevano un forte rancore nei confronti di questa donna e furono loro i mandanti dell’omicidio materialmente eseguito da Alfredo Gallo», le parole di Montella racchiuse nei verbali allegati all’ordinanza di custodia cautelare. Una serie di dettagli che ora dovranno essere ripetuti e riscontrati nella prossima udienza che si terrà a novembre. Dopo Montella poi toccherà agli altri pentiti. Gente del calibro di Michele Palumbo, ex killer dei Gionta e Francesco Raimo, un tempo sicario dei Birra. Mentre la difesa, a riscontro delle dichiarazioni dei pentiti, ha inserito nella lista dei testimoni i super boss Pasquale Gionta, Umberto Onda e Stefano Zeno.

Ora tocca a Montella. Il narcos al servizio dei Tamarisco che dovrà ricostruire le tappe di un delitto che ancora si trascina un alone di mistero, di paura. La stessa paura che fa tremare le madri dei bambini stuprati. Le donne che hanno scelto di «non ricordare» in aula, ritrattando di fatto le dichiarazioni rese oltre 20 anni fa, quando esplose lo scandalo dei ragazzini violentati nella scuola del rione Poverelli. Un processo complicato, uno scenario inquietante. Una storica che ancora oggi, a distanza di 20 anni circa, fa ancora paura. Eppure quel boss è ormai recluso in carcere, la sua famiglia dimezzata da arresti e condanne e i sui soldati e gregari sono in cella. Persino il suo fortino è finito nelle mani dello Stato. Ma forse non basta. Perché questo processo racconta sì la storia di un delitto. Ma è anche il ritratto dell’omertà che oggi come vent’anni fa, difende il potere oscuro della criminalità organizzata a Torre Annunziata.