Ciro Formisano

La lettera dal carcere: «Solo e pieno di rimorsi. Così mi sono ridotto per fare il camorrista»

Francesco Durantini, boss di Ercolano, si racconta a Metropolis «Ho perso tutto ma non la speranza. Ai giovani dico: “salvatevi”

La lettera dal carcere: «Solo e pieno di rimorsi. Così mi sono ridotto per fare il camorrista»

«Solo», «lontano dalle persone che amo» e costretto a convivere per il resto dei «miei giorni con i rimorsi del passato». Ecco come finisce un camorrista che ha la “fortuna” di non morire ammazzato. Ecco cosa si diventa a scegliere la strada della malavita. Ecco come ci si distrugge per un pugno di euro e una manciata di rispetto. Lì, nei vicoli della miseria dove comanda la legge dei boss e quella del crimine è sempre la strada più facile. La vita di Francesco Durantini, ras dello spaccio di Ercolano, è racchiusa in 3 paginette a righe scritte in stampatello. Una lettera, l’ennesima, che il boss di via Pugliano, ha recapitato alla nostra redazione. Una missiva nella quale, però, Durantini sembra “parlare” con il cuore in mano. Tracciando un bilancio della sua esistenza. Parole che abbiamo deciso di pubblicare perché raccontano cosa si può diventare scegliendo la strada della malavita. Un tunnel senza uscita che al capoclan di Ercolano è già costato una condanna definitiva a 30 anni di cella per concorso in omicidio aggravato dalle finalità mafiose. Se gli andrà bene dal carcere di Lanciano, dove è recluso, ci uscirà con i capelli bianchi e l’andatura caracollante.

Lo sa e lo scrive anche Durantini nella lettera che ci invia dal penitenziario abruzzese. Lo fa definendosi «pentito di ogni gesto e stupidaggine commessa» del suo passato. Un pentimento morale, però. Visto che a differenza di suo fratello Giovanni, il boss noto col soprannome di “Boninsegna”, Franco Durantini detto ‘o presidente, non ha mai voluto collaborare con la giustizia. «Da gennaio del 2012 mi trovo in carcere a scontare una condanna a 30 anni e tutto ciò è successo per non aver pensato alle conseguenze delle mie azioni, dei miei errori». Durantini scrive. In poche righe mette insieme i fili di un’esistenza rinchiusa oggi tra quattro mura. «Sono nato in una famiglia di brave persone, mi hanno insegnato il rispetto e il valore della vita». Ma la strada della camorra è dietro l’angolo. «Ho incontrato persone sbagliate, ho preso decisioni affrettate. E oggi mi trovo in questo luogo. Un luogo pieno di sofferenze. Sono lontano dalle persone che amo».

Ma il passato non si può cancellare. Durantini ha ucciso decine di giovani con la droga che vendeva nei vicoli di Pugliano. Ha partecipato a un omicidio. Ha fatto soffrire tante, troppe famiglie per arricchire le sue tasche. «Non mi rendevo conto di tutto il male che commettevo – scrive il boss nella sua lettera- Oggi a mente lucida capisco che tutto ciò ci porta solo all’autodistruzione. Ho perso tutto». Durantini lo sa che poche frasi non serviranno a redimerlo per il suo passato. Ma almeno prova – a parole – a lanciare un messaggio ai giovani che rappresentano il futuro. Ai ragazzi che oggi, come ha fatto lui qualche anno fa, si lasciano ammaliare dal fascino sinistro della camorra. «Per me è tardi per tornare indietro e riparare ai miei errori – scrive ancora Durantini – ormai dovrò solo convivere per sempre con i rimorsi del mio passato. Ma mi vorrei rivolgere, con il vostro aiuto, ai ragazzi. A quei giovani che sono ancora in tempo per far si che la loro vita si riempia di gioie e non di dolore e sofferenze». Il boss parla dei ragazzi che si ammazzano, delle tragedie compiute per difendere l’onore e gli interessi di altri. Sangue che porta solo sofferenza sia «per le famiglia del carnefice che per quella delle vittime».

«Io – le parole del capoclan di via Pugliano – sono un esempio vivente di tutto questo e spero che ciò possa arrivare nei cuori dei giovani. Ragazzi riflettete prima di agire perché si inizia sempre così. Sembra tutto un gioco ma poi si rimane schiavi, prigionieri dei rimorsi del nostro passato. Catene impossibili da spezzare per tutta la vita». A chiudere quella missiva un messaggio che sembra banale. Ma non se a lanciarlo è un uomo condannato a vivere dietro le sbarre per almeno altri 20 anni. «Ricordate ragazzi, non sprecate la vostra esistenza. La vita è una sola».