Ciro Formisano

L’ex magistrato anti-clan Franco Roberti: «La mafia sta crescendo. Giù le mani da ergastolo e 41 bis»

Ciro Formisano,  

L’ex magistrato anti-clan Franco Roberti: «La mafia sta crescendo. Giù le mani da ergastolo e 41 bis»

Per una vita intera ha combattuto in trincea contro camorristi, mafiosi e ‘ndranghetisti. Lo ha fatto seguendo il solco aperto da quello che lui stesso definisce il «sistema Falcone», dal nome del giudice ucciso dalla mafia stragista di Totò Riina nel 1992. Un «sistema» di lotta alle mafie che si oppone al «sistema», inteso come sinonimo di organizzazione criminale. Oggi Franco Roberti, ex procuratore nazionale Antimafia, è un magistrato in pensione che combatte il malaffare dagli scranni del Parlamento Europeo. Dalla trincea dei tribunali ai salotti della politica. Ma sempre con lo stesso piglio, lo stesso spirito. Seguendo la stessa traccia che ha percorso per una vita intera. «Perché le mafie – come ripete – oggi sono globali e la politica ha il dovere di fare di più per contrastarle, offrendo strumenti adeguati ai magistrati».

Onorevole partiamo dalla fine. La Corte di Strasburgo ha chiesto all’Italia di rivedere le norme sull’ergastolo ostativo. Per un magistrato antimafia cosa vuol dire?

«Innanzitutto sgombriamo il campo dalle illazioni. Questa sentenza non è un libera tutti o un favore ai boss condannati al carcere a vita. La Corte Europea dei Diritti Umani ha semplicemente riconosciuto la possibilità per questi detenuti di accedere ad alcuni benefici e permessi. Per i giudici non negare questi benefici va contro le finalità rieducative del carcere».

Quindi i boss potrebbero uscire, anche se per brevi periodi?

«Assolutamente no. Perché la nostra legge già prevede un percorso chiaro. E’ il magistrato di sorveglianza che deve decidere. Che ha il compito di valutare se un detenuto condannato all’ergastolo ostativo ha reciso i collegamenti con la criminalità organizzata e può dimostrare di non avere la reale possibilità di collaborare con la giustizia. Ma ovviamente bisogna ci siano ragioni oggettive dietro la scelta di non collaborare. Come ad esempio il non poter fornire elementi utili agli inquirenti».

Secondo alcuni avvocati questa decisione può incidere anche sulle valutazioni in merito a una possibile riforma del 41 bis. Lei cosa ne pensa di questo possibile rovescio della medaglia?

«Non esageriamo. Parliamo di cose distinte tra loro. Il carcere duro ha una funzione diversa rispetto all’ergastolo ostativo. Il 41 bis nasce per impedire che un capo di un’organizzazione criminale possa guidare la cosca dall’interno del carcere. Non credo che questa decisione della Corte Europea possa aprire le maglie su questo tema. Il 41 bis, tra l’altro, viene rinnovato periodicamente con un provvedimento amministrativo del ministro della giustizia».

Si ma ergastolo ostativo e 41 bis sono comunque i pilastri del sistema di lotta alle mafie edificato da Falcone

«Questo è vero. Sacrosanto. Infatti questa sentenza dimostra una scarsa conoscenza del fenomeno mafioso da parte dei giudici. Chi mette in discussione l’ergastolo ostativo e il 41 bis mette in discussione la lotta alle mafie».

Lei oggi si è tolto la toga per vestire i panni dell’onorevole. Cosa può fare la politica per combattere i clan?

«La politica può e deve fare molto. Molto più di ciò che ha fatto in questi anni»

Ad esempio? 

«Guardi il mio pallino è ripristinare la commissione europea antimafia. Un organismo sparito negli anni scorsi. Le mafie ormai sono un fenomeno globale che non può essere circoscritto a questo o a quel territorio. Hanno ramificazioni, interessi, affari ovunque. La commissione che immagino potrebbe servire anche a creare una coscienza europea sul fenomeno. E magari aiutare i magistrati italiani ed europei attraverso l’adozione di strumenti normativi adeguati».