Giovanna Salvati

Omicidio Veropalumbo, Sermino: «Gionta, pentiti»

Giovanna Salvati,  

Omicidio Veropalumbo, Sermino: «Gionta, pentiti»

TORRE ANNUNZIATA – «Un ragazzino che a quell’età impugna una pistola è già un camorrista. Ma anche lui può cambiare, può pentirsi e trovare una possibilità di riscatto, di cambiamento, io non se sono loro i veri assassini di mio marito ma se Gionta e i suoi amici sanno qualcosa parlino. Se sono indagati e loro i colpevoli pentitevi, collaborate se siete stai voi, vi prego». Prova ad asciugare le lacrime Carmela Sermino. Dopo dodici anni dalla morte di suo marito, Giuseppe Veropalumbo, attende ancora la verità. La pretende. Vuole che il killer di suo marito abbia un nome e un cognome. Lo vuole per sua figlia Ludovica, lo pretende perché sia messa la parola fine definitivamente ad un calvario che dura ormai da troppo tempo. «Quando ho letto i tre nomi sono rimasta anche io senza parole- dice – non so se sono loro ma se la polizia  arrivata a loro vuol dire che ci sono prove, e un giudice non può archiviare. Non possono chiudere un caso, ora che siamo vicini alla verità. Ci sono tantissimi elementi – dice la vedova Veropalumbo – ci sono nomi, c’è una presunta dinamica ed ecco perchè abbiamo presentato opposizione».

Nei giorni scorsi infatti è arrivata la richiesta di opposizione al decreto di archiviazione: nella lista degli indagati sono finiti il super boss Valentino Gionta jr figlio di Aldo, il boss poeta, Salvatore Paduano e a Gaetano Amoruso. Secondo le accuse i tre quella notte del 31 dicembre del 2007 erano insieme. Lo dice il pentito Michele Palumbo – più  volte ritenuto attendibile e condannato con le attenuanti riconosciute ai collaboratori di giustizia –  fu il trio terribile a fare fuoco. Così venivano chiamati i tre ragazzini del rione che dopo qualche anno sono diventati protagonisti della scena criminale. Gaetano Amoruso, Sasà Paduano e Valentino  Gionta jr. Oggi sono ritenuti gli eredi di un clan decimato. Tutti e tre reclusi dietro le sbarre ( Gionta è addirittura al carcere duro). Ma tutti  e tre già all’epoca – nonostante fossero poco più che bambini – erano temuti e considerati già dei boss. Palumbo descrive i profili di quei soldati della camorra ribelli e pericolosi come  ragazzini terribili che ogni sera, davanti al portone di Palazzo Fienga fumavano spinelli e impugnavano armi e sparavano all’impazzata «usando anche i kalashnikov».  Ma per i magistrati questo non basta. Valentino Gionta jr è il nipote del fondatore dell’omonimo clan, figlio di Aldo.

Attualmente è recluso al 41 bis perché – sostiene l’Antimafia – voleva ricostruire dalle ceneri la cosca messa in ginocchio da arresti e condanne. Spietato e ribelle come Sasà Paduano, l’uomo al quale i Valentini avevano affidato lo scettro del comando. Un boss vecchio stampo al quale si rivolgevano le mamme dei vicoli per chiedere un posto da pusher per i propri figli. Succede anche questo nei vicoli di Gomorra dove i clan diventano forti tra miseria e diseguaglianze.  Ed infine Gaetano Amoruso, genero del boss Aldo Gionta che avrebbe premuto di fatto il grilletto. Amoruso oggi è detenuto. Sta scontando una condanna per estorsione. «Vi prego – conclude la vedova – pentitevi, ditemi la verità. Chiunque sappia parli, fatelo per mettere la parola fine a questo strazio».