Tiziano Valle

Permesso premio a Vincenzo D’Alessandro. Il boss è tornato in città

Tiziano Valle,  

Permesso premio a Vincenzo D’Alessandro. Il boss è tornato in città

CASTELLAMMARE DI STABIA –  Vincenzo D’Alessandro è tornato a Castellammare. Il boss più temuto della camorra stabiese, mercoledì sera, ha raggiunto Scanzano, il quartier generale della sua famiglia, di una delle cosche più potenti della provincia di Napoli. Niente fuochi d’artificio, per non dare nell’occhio, per cercare di far passare quasi inosservato il suo rientro. Vincenzo D’Alessandro è stato scarcerato a inizio dicembre 2018, dopo aver scontato 9 anni in cella, ma da allora era stato costretto a stare fuori regione. Nei giorni scorsi, però, il superboss della camorra stabiese ha ottenuto un permesso che gli consente di tornare a Castellammare di Stabia. Adesso è un sorvegliato speciale, perché risulta iscritto nel registro degli indagati come mandante dell’omicidio del consigliere comunale Gino Tommasino, del 3 febbraio 2009, e perché sul suo capo pende una richiesta di rinvio a giudizio per associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni e al traffico di armi e sostanze stupefacenti. A fine ottobre dovrà presentarsi, assieme ad altri 29 esponenti del clan D’Alessandro, davanti al gup del Tribunale di Napoli, nell’ambito della maxi-inchiesta Tsunami. Ed è proprio questa indagine, più di qualunque altra, che traccia al meglio il profilo di un boss spregiudicato, che pretendeva il pagamento del pizzo dagli imprenditori e allo stesso tempo pianificava come riciclare i soldi sporchi, con la collaborazione dei colletti bianchi.

Il profilo

Quell’inchiesta scattata nel 2007 cominciò a macinare prove su prove, proprio dopo la scarcerazione di Vincenzo D’Alessandro, nell’estate di quell’anno. Il terzogenito del padrino defunto Michele prese in mano le redini di un clan che dopo la faida con gli Omobono-Scarpa e gli arresti messi a segno dall’Antimafia, si ritrovava decimato. Enzuccio – così viene chiamato in diverse intercettazioni allegate agli atti – prese in mano le redini della cosca, la riorganizzò arruolando nuove leve e cominciò a imporre la sua legge, arrivando anche a stringere patti con le famiglie malavitose di Secondigliano e addirittura accogliendo a casa sua personaggi di spicco della Ndrangheta. In pochi mesi Castellammare precipitò nel terrore. Gli imprenditori venivano prelevati in città e portati a Scanzano, dove il boss stabiliva quanto e come dovevano pagare. Ma c’è di più, come emerge dalle indagini e dalle rivelazioni dei pentiti Vincenzo D’Alessandro voleva mettere le mani sugli appalti pubblici. Direttamente o indirettamente, una quota dei finanziamenti europei destinati a Castellammare, dovevano finire nelle casse della cosca di Scanzano. Soldi che poi venivano reinvestiti nel settore  gestione di attività commerciali o nel finanziamento delle ditte complici che riuscivano a farsi affidare maxi-appalti, su tutto il territorio nazionale. Una rete messa in piedi attraverso la collaborazione di decine di prestanome. E correlati a questi business criminali, venivano portati avanti anche gli affari classici della camorra: i traffici di droga e armi. Ma anche qui, secondo gli atti di Tsunami, Vincenzo D’Alessandro impose una sorta di salto di qualità, perché il clan di Scanzano si sarebbe dovuto occupare solo delle grosse forniture di stupefacenti senza gestire direttamente le piazze di spaccio. Uno dei periodi più bui della storia di Castellammare, perché segnato anche da diversi omicidi, tra cui quello del consigliere comunale del Partito Democratico, Gino Tommasino, che fu massacrato il 3 febbraio 2009 in viale Europa. Un delitto commesso dal gruppo di fuoco dei D’Alessandro, formato da Renato Cavaliere, Salvatore Belviso, Raffaele Polito e Catello Romano.

Solo quest’ultimo ha deciso di non pentirsi, mentre gli altri tre sono diventati collaboratori di giustizia e hanno svelato ai magistrati i segreti della cosca. Proprio dai loro verbali resi all’Antimafia è spuntato fuori che Vincenzo D’Alessandro avesse stilato una lista di omicidi da commettere, della quale facevano parte proprio i pentiti che in passato avevano fatto arrestare esponenti di Scanzano (Antonio Fontana, massacrato l’8 luglio 2016 ad Agerola era in cima a quella lista secondo Salvatore Belviso) e uomini dei clan rivali. Una strategia del terrore che andò avanti anche dopo il 19 agosto 2009, quando il boss Vincenzo D’Alessandro fu arrestato a Rende, località della Calabria doveva trascorso l’ultima parte di una latitanza passata soprattutto tra Roma e Rimini, grazie alla collaborazione di colletti bianchi pronti a mettersi al suo servizio per aiutarlo nella fuga. Oggi, dopo oltre 10 anni, il boss Enzuccio torna a Castellammare da sorvegliato speciale. Il suo rientro a Scanzano ha già fatto drizzare le antenne dell’Antimafia, perché il timore che possa riprendere in mano le redini della cosca e rispolverare il suo piano di terrore con il quale ha tenuto sotto scacco la città per lungo tempo, sono altissime.