Vincenzo Lamberti

C’è il boss in città, sale il livello d’allerta

Vincenzo Lamberti,  

C’è il boss in città, sale il livello d’allerta

CASTELLAMMARE DI STABIA – Spietato e vendicativo. Alleati con le forze criminali più importanti del Sud. Amico delle ndrine calabresi, vicino alla mafia siciliana. Abile e oculato nella gestione degli affari, silenzioso e di poche parole, capace di circondarsi di gruppi di fuoco che obbediscono alla sua volontà. Il ritorno di Enzo D’Alessandro a Castellammare, anche solo per un permesso, incute timore e fa ripiombare la città in un clima che sembrava dimenticato. Dal 2009, anno in cui fu arrestato a Rende, in provincia di Cosenza, era sparito dalla scena anche se non aveva mai smesso, secondo gli inquirenti, di guidare il clan che fu fondato da suo padre, il superboss di Scanzano, Michele D’Alessandro. Ma prima di quell’arresto la presenza di D’Alessandro in città era coincisa con una stagione di sangue: la cosca decimata dall’assalto degli Scarpa Omobono, si era ricompattata sotto la guida di Enzuccio. Al suo gruppo di fuoco, messo in piedi in poco tempo, era stato assegnato un compito: uccidere i pentiti, sterminare i nemici, secondo una black list scritta dallo stesso D’Alessandro. Un pericolo che, gli inquirenti, temono possa ripetersi. E per il quale hanno aumentato i controlli.

«Dopo la sua scarcerazione D’Alessandro Vincenzo – racconta il pentito – ha deciso che non dovevamo fare la droga ma che dovevamo fare cose più importanti, cioè gli omicidi e soprattutto le estorsioni. Infatti a Castellammare dovevano arrivare gli stanziamenti dell’Unione Europea». E’ solo uno degli elementi che Renato Cavaliere, per anni killer fidato e soldato ombra di Scanzano, consegna ai magistrati quando si pente.  In un altro verbale depositato agli atti dell’inchiesta Salvatore Belviso, altro pentito di punta del clan, ha raccontato di come funzionava il sistema del racket alle imprese edili impegnate nei lavori, pubblici e privati, in città. «Chi di noi prendeva l’imprenditore gli parlava – le parole del collaboratore di giustizia – L’importo dell’estorsione veniva determinato secondo l’importo dei lavori. In particolare chiedevamo, a seconda dei casi, il 3 o il 5%  dell’importo dei lavori». I soldi sarebbero stati poi consegnati a Vincenzo D’Alessandro che «ne decideva la destinazione» «in base alle spese da affrontare».

Lo stesso Belviso, in un altro verbale, aveva già raccontato che a Castellammare il clan ha il controllo assoluto sul racket. In particolare sulle estorsioni da imporre alle ditte edili. Ma nell’inchiesta Tsunami, quella per la quale è stato chiesto il giudizio per Vincenzo D’Alessandro, emerge anche la vicinanza alle cosche più potenti: un accordo tra la cosca di Scanzano e la ‘ndrina degli “Alvaro-Violi-Macrì”, una potentissima federazione criminale con base nella provincia di Reggio Calabria. Ebbene, in uno dei passaggi dell’inchiesta, si parla di un incontro a Castellammare, per la precisione a Scanzano: il covo dei D’Alessandro. Siamo nell’aprile del 2008 e alla porta di Vincenzo D’Alessandro – boss della cosca oggi indagato a piede libero per estorsione aggravata dal metodo mafioso – si presentano 2 persone. Per l’Antimafia non è una visita di piacere ma un incontro d’affari. Quei due signori sono due cugini che di cognome fanno proprio “Alvaro”. E parlano di lavoro e soldi.