Mark Hollis, le cicatrici di un genio dimenticato

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Mark Hollis, le cicatrici di un genio dimenticato

di Marco Russo

“Veloce decorso di una malattia”. Così, secondo le poche e scarne notizie di agenzia, se n’è andato il 25 febbraio scorso Mark Hollis, ex leader e mente ispiratrice dei Talk Talk, leggendaria band pop e new wave inglese autrice di successi planetari come “It’s my life” e “Such a shame”, entrambi del 1984. Il cantante, pianista e chitarrista britannico aveva 64 anni e già da tempo si era ritirato dal mondo delle scene. Lo aveva fatto con un congedo sublime, liberando tutta la sua elegante e intransigente idea dell’arte in un album solista – intitolato semplicemente e significativamente Mark Hollis (1998) – che può essere considerato a buon diritto uno dei capolavori della musica contemporanea. Per sette anni – quelli trascorsi dallo scioglimento del gruppo, avvenuto nel 1991 – Hollis lavora, in disparte, ad un’opera allo stesso tempo seminale e definitiva, di ammaliante e malinconico intimismo, dove i silenzi e le pause rarefatte contano quanto la pulizia e la perfezione del suono, prodotto da soli strumenti acustici. In copertina – rigorosamente bianca e nera – la fotografia di una creatura indifesa e “dolce”: un agnello pasquale di marzapane della tradizione siciliana, simbolo di innocenza, di purezza, ma anche di sacrificio e di resurrezione. Non pochi i riferimenti biblici all’interno dei testi, frutto di una maturità di scrittura e di una ricerca di essenzialità che spesso si traducono nella poesia di immagini in sequenza: “parole sagge” e per questo “selvagge” (wise words/ wild words sono i versi con cui si chiude A new Jerusalem, ultima traccia del disco), che la particolarissima voce di Hollis sussurra, soffia, lascia sfumare in osmosi con le note. Otto composizioni, otto momenti di cristallina bellezza che spaziano da atmosfere ambient alla Brian Eno a segmenti jazz alla Miles Davis (amatissimo da Hollis), da fraseggi impressionistici al piano (Debussy, Satie) a intermezzi minimalisti alla Moondog, senza dimenticare le influenze spiritual di un monumento del progressive rock inglese come Robert Wyatt. Difficile non considerare tutta questa pienezza, tutta questa grazia il testamento di un artista che sceglierà l’isolamento e il silenzio come regola di vita, la vita di “fuori” guardata da “dentro” (Inside looking out, forse il brano più bello dell’album). Perciò basta con le chiacchiere, finiamola qui. Questo è un ricordo sommesso di Mark Hollis, che sapeva bruciare nell’ombra.