Elena Pontoriero

Di Martino, il boss inafferrabile. È tra i 10 latitanti più pericolosi

Elena Pontoriero,  

Di Martino, il boss inafferrabile. È tra i 10 latitanti più pericolosi

Antonio Di Martino, figlio del boss Leonardo ‘o lione, è rientrato a pieno titolo nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi. Sfuggito all’arresto del 10 dicembre del 2018, le ricerche proseguono ininterrottamente da dieci mesi non soltanto sul territorio italiano ma anche all’estero. Un mandato di cattura internazionale per il 38enne rampollo del clan Di Martino. Una fuga da Iuvani, feudo del clan Di Martino a confine tra Gragnano e Pimonte, ancora in corso. Sulle tracce della primula rossa c’è, adesso, il Gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti più pericolosi (GIIRL) della Direzione centrale della polizia criminale nell’ambito del programma speciale di ricerca che include i criminali considerati di estrema pericolosità.

Antonio Di Martino è stato annoverato tra gli esponenti di spicco della criminalità organizzata, al pari di Matteo Messina Denaro, ai vertici di Cosa Nostra, ricercato dal 1993 e condannato all’ergastolo. Una foto a colori spicca tra quelle in bianco e nero dei latitanti ricercati dai primi anni Novanta: è l’ultima foto segnaletica di Antonio Di Martino considerato a tutti gli effetti un potente esponente della camorra. A far crescere il clan dei Lattari è stato il business del narcotraffico che non si è fermato in Campania, ma come una piovra ha esteso i suoi tentacoli in lungo e in largo, stringendo sodalizi anche con le ‘ndrine calabresi. E non solo. I patti con i clan alleati sono solidi e il clan Di Martino imparentato con gli Afeltra è partito da Iuvani, per poi aprire diversi corridoi di passaggio per allargare l’affare della droga. Strategico anche il patto con il clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia che, proprio nel processo Olimpo, ha tracciato un nuovo filone di illeciti dove dentro sono finiti anche i colletti bianchi. Estorsioni. Le stesse contestate ad Antonio Di Martino, ritenuto il responsabile di minacce e ricatti ai danni dell’amministratore di un pastificio. Un “pizzo” richiesto sui lavori di ristrutturazione dell’azienda, vantato dai due clan alleati dell’area stabiese-lattari. Nel mirino della giustizia è finito anche Raffaele Afeltra, detto ‘o borraccione, a capo dell’omonimo clan e imparentato con i Di Martino di Iuvani.

Parenti stretti ma da un vincolo più forte di quello del sangue, quello della camorra che gestisce sodalizi e attività. Una fuga durata qualche mese, da dicembre 2018, poi Raffaele Afeltra ha deciso di arrendersi e consegnarsi spontaneamente presso un carcere toscano. Accusato di estorsione ai danni di un imprenditore di Agerola, ha poi deciso di fornire al giudice la sua versione dei fatti: «Avevo chiesto solo un prestito». Diversa la reazione del figlio del boss ‘o lione, Antonio Di Martino, che si è dato alla macchia ed è rimasto irreperibile. Aiutato, sicuramente, dai suoi sodali. Viaggi, nascondigli e silenzio comprato, una latitanza che di certo pesa sulle casse del clan che, di fatto, sono floride perché “gonfiate” principalmente dalla produzione e dallo spaccio di droga. Produzione che però è stata comunque ridimensionata nell’arco di tre anni a seguito dell’operazione Tabula Rasa. A conti fatti, sono state campionate e distrutte qualcosa come 50mila piante di marijuana, scoperte nei boschi dei monti Lattari. La vendita della cannabis indica, con alto principio attivo, avrebbe portato un corrispettivo in denaro pari a 50 milioni di euro. Le ultime 6mila piante di marijuana sono state distrutte proprio durante la latitanza prolungata di Antonio Di Martino. Controlli delle unità speciali dei carabinieri che sono partiti da Gragnano e hanno riguardato anche Casola, terminando con il sequestro non soltanto dei quantitativi di droga, ma anche di bombe, munizioni e fucili.