Ciro Formisano

Le mani della camorra sul bar. A processo 4 imprenditori

Ciro Formisano,  

Le mani della camorra sul bar. A processo 4 imprenditori

Il processo è partito ufficialmente ieri. Anche se il dibattimento entrerà nel vivo solo nel corso della prossima udienza, fissata a febbraio del 2020. Ma nel faldone messo insieme dalle indagini del sostituto procuratore dell’Antimafia, Giuseppe Cimmarotta – il pm che indaga sugli affari della camorra stabiese – c’è il ritratto del sottobosco di affari e investimenti che avrebbe consentito al clan Cesarano di entrare nell’economia pulita. Riciclando i soldi sporchi delle estorsioni in attività imprenditoriali. Arrivando a estendere il proprio dominio anche a Pompei. Nel mirino c’è il bar “Kimera”, un locale alla moda situato nella periferia della città mariana. Quella struttura commerciale che fino a qualche tempo fa era meta di centinaia di clienti, in realtà sarebbe appartenuta a Giovanni Cesarano, esponente di punta della cosca fondata dal boss ergastolano Ferdinando, tutt’ora imputato, in diversi procedimenti, per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Una pista investigativa concreta. Almeno secondo i giudici della sezione misura di prevenzione del tribunale di Napoli che a gennaio di quest’anno hanno firmato il decreto di sequestro. Un provvedimento emesso ai sensi del nuovo “Codice Antimafia”. Per la Dda partenopea e per i finanzieri della caserma di Torre Annunziata – coordinati dal colonnello Agostino Tortora – non ci sono dubbi: quel locale è uno dei tasselli dell’enorme galassia del riciclaggio costruita dai boss di Ponte Persica. Le accurate indagini condotte dai finanzieri hanno permesso di accertare che la struttura fosse intestata a un prestanome, ma nei fatti risultava nella disponibilità proprio di Giovanni Cesarano, alias Nicolino. Il bar – secondo gli investigatori – era stato acquistato attraverso il riciclaggio di soldi sporchi. Soprattutto, Giovanni Cesarano dopo aver scoperto di essere indagato e temendo un’aggressione patrimoniale avrebbe ceduto l’attività a una persona che gli investigatori considerano un prestanome commettendo il reato «di trasferimento fraudolento di beni e valori». Per un periodo, quel bar, era stato gestito da Aniello Falanga, un imprenditore recentemente condannato nell’ambito di un’inchiesta che ha permesso di scoprire il racket imposto dal clan Cesarano a un imprenditore di Gragnano impegnato nell’installazione di slot machine.

Falanga è uno degli imputati nel filone processuale che si è aperto ieri innanzi ai giudici del tribunale di Torre Annunziata. Mentre Cesarano ha scelto di essere giudicato con rito abbreviato. Il collegio difensivo, ovviamente, punta a scardinare le convinzioni degli inquirenti, portando all’attenzione dei giudici anche alcuni dati. A cominciare dal fatto che la famiglia di Aniello Falanga – il principale imputato nel processo con rito ordinario – avrebbe gestito per decenni diversi bar sul territorio. E il bar “Kimera” sarebbe stato aperto proprio grazie agli incassi delle precedenti attività commerciali. Sia Aniello Falanga che Cesarano sono imputati in diversi processi oltre a quello per il racket sulle slot machine. I loro nomi, infatti, figurano anche in altre due inchieste sugli affari del clan. Dalle estorsioni ai danni degli imprenditori del mercato dei fiori di Pompei, per finire con “Olimpo”: la mega-indagine della Dda sul patto tra i Cesarano, i D’Alessandro e Di Martino per dividersi i proventi del racket da Pompei a Castellammare passando per Gragnano.