Mario Memoli

Cesarano, racket sulle slot. Altra condanna per ‘o profeta

Mario Memoli,  

Cesarano, racket sulle slot. Altra condanna per ‘o profeta

Sette anni di reclusione, due in meno del primo grado, per Luigi Di Martino ‘o profeta. Lui, secondo la Corte d’Appello di Napoli, fu il mandante dell’estorsione a un imprenditore nel campo dei videogiochi con sede a Gragnano. Ad eseguire il pizzo per i magistrati fu il figlio Gerardo con la complicità- secondo la pubblica accusa- di Aniello Falanga e Raffaele Belviso, giudicati in precedenza con rito abbreviato. L’unico a essere stato processato con un giudizio ordinario fu proprio ‘o profeta, assistito dall’avvocato Dario Vannetiello, che è riuscito a far scorporare due anni di reclusione rispetto alla sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Torre Annunziata. Lo stesso legale è pronto a far ricorso in Cassazione dove Luigi Di Martino è atteso da un’altra udienza (il prossimo marzo) per le estorsioni alle sale giochi di Scafati dopo aver incassato la condanna definitiva per lo stesso reato commesso a danno dell’imprenditore Moxedano a Pompei. La vicenda oggetto del procedimento penale passato per la Corte d’Appello di Napoli è datata tra il 2014 e il 2016, periodo in cui era tornato libero Di Martino avrebbe gestito in prima persona le estorsioni per conto del clan Cesarano e lo avrebbe fatto direttamente da un bar di Pompei nei pressi del suo domicilio. Un locale pubblico che per l’antimafia era solo di facciata intestato a un prestanome ma in realtà era suo. In quell’esercizio commerciale la vittima avrebbe portato mensilmente il denaro rigorosamente in buste chiuse. La Procura aveva ricostruito l’intera vicenda, con la vittima delle estorsioni un imprenditore del settore slot machine «costretto a pagare il pizzo al clan Cesarano per dieci anni dal 2007 al 2017».

Finchè la rata fissa non era passata dai 500 euro versati inizialmente a Gerardo Di Martino, figlio di Luigi, prima a mille euro con la scarcerazione del papà, poi a 2mila dopo i primi arresti, infine a 4mila con Raffaele Belviso. Quest’ultimo aveva motivato la sua richiesta perché l’imprenditore faceva affari non solo a Castellammare ma anche a Pompei e Scafati. A quel punto, si ribellò alle richieste e decise di denunciare. Avrebbe pagato per evitare problemi, ma a quelle cifre doveva lavorato solo per loro disse l’imprenditore durante la sua testimonianza. Gli esponenti del clan Cesarano erano stati condannati in primo grado a 18 anni di carcere complessivi. La pena più pesante era stata inflitta a Raffaele Belviso, ritenuto l’ultimo capoclan della cosca specializzata in droga ed estorsioni. L’uomo, che avrebbe raccolto lo scettro del comando dopo l’arresto del boss Luigi Di Martino aveva incassato 7 anni e due mesi di carcere mentre 5 anni e 1 mese di reclusione, invece, erano stati incassati da Gerardo Di Martino, figlio di ‘o profeta. Per Aniello Falanga, l’imprenditore che avrebbe raccolto i soldi del pizzo imposto ai commercianti delle macchinette, condanna di primo grado di 6 anni e 7 mesi.

A loro si è poi aggiunto la figura del boss Luigi Di Martino che aveva deciso di ricorrere al rito ordinario con condanna a 9 anni di reclusione in primo grado, poi ridotta a 7 in Appello a Napoli. Ora lo attende il ricorso in Cassazione la cui udienza non è stata ancora fissata. Se