Giovanna Salvati

«I Tamarisco odiavano Matilde. Ucciderla fu una cosa schifosa»

Giovanna Salvati,  

«I Tamarisco odiavano Matilde. Ucciderla fu una cosa schifosa»

TORRE ANNUNZIATA – «Quell’omicidio fu una cosa schifosa. Fu schifosa per davvero». Lo ripete due volte. Scandisce le parole con rabbia e disgusto. Forse perchè immaginare quella donna, quella madre coraggio, Matilde, a distanza di anni dal maledetto omicidio, in una pozza di sangue sul pianerottolo di casa, fa ancora gelare l’anima. Fa spaccare il cuore in due. Una sensazione di nausea per quanto la camorra sia spietata e capace di tanto orrore da essere ripudiata anche da un pentito come Alessandro Montella. Parole che rimbombano nell’aula del tribunale partenopeo mentre il pubblico ministero Pierpaolo Filippelli lo ascolta. Silenzioso. Ma sempre più determinato a stabilire la verità. A fare giustizia.La verità Montella la conosce bene. E la sua verità corrisponde a quello che poi di fatto, attraverso l’attività investigativa, gli 007 hanno messo insieme e dimostrato dopo 15 anni di silenzi assordanti. Una verità squallida.

Perchè decidere di uccidere una mamma, Matilde Sorrentino, solo perchè ha denunciato i pedofili di suo figlio e di altri bambini, è squallido. Inaccettabile. Ed è per questo che dal 2004 ad oggi non ci si ferma. Il primo a non fermarsi è stato proprio l’attuale capo della procura di Torre Annunziata, Pierpaolo Filippelli, che il caso lo ha riaperto e lo scorso anno ha incastrato il presunto mandante del delitto. Il killer di Matilde ha un nome: Alfredo Gallo. Il mandante anche: Francesco Tamarisco. Due nomi che ieri mattina rimbalzavano nei racconti del collaboratore di giustizia in un’udienza durata tre ore e mezza. In videoconferenza c’è Alessandro Montella. E’ di spalle. Si intravedono solo i capelli bianchi.

Invecchiato. Di molto. Di tanto. Il peso dei segreti di una camorra malvagia. Crudele. Il peso del rimorso. O semplicemente le scene di delitti sanguinari ancora davanti agli occhi, difficili da cancellare per quel narcos, oggi gola profonda, che da anni sta vuotando il sacco e che nel 2010 ha svelato anche quello che sapeva su mamma Matilde. In aula ripercorre le tappe dei carichi di cocaina trasportati dalla Spagna e dall’Olanda e poi quel racconto su Matilde. «Alfredo Gallo lo avevo conosciuto quando ero libero – spiega – eravamo nello stesso quartiere, il padre lo ricordo era una brava persona, lavorava per un consorzio, ma quel ragazzo ha ammazzato la mamma coraggio, una cosa schifosa». Un termine carico di disprezzo per un omicidio che ha cancellato per sempre l’icona del coraggio, della ribellione ad un sistema malato, ad una camorra che ha però deciso di punirla con un atto feroce. Il collaboratore di giustizia racconta di un episodio chiave che ha contribuito a costruire il castello di accuse nei confronti di Francesco Tamarisco. «Ero in Spagna, dovevo organizzare un traffico di droga quando Gennaro di Capua mi disse che i fratelli Francesco e Bernardo Tamarisco erano i mandanti dell’omicidio della cosiddetta madre coraggio». E ancora: «Avevano rancore verso questa donna perchè a causa delle sue dichiarazioni andarono tutti a processo, ma quello fu un omicidio schifoso».

Il narcos al servizio dei Tamarisco ricostruisce le tappe di un delitto che ancora si trascina un alone di mistero, di paura. La stessa paura che fa tremare le madri dei bambini stuprati. Lo stesso Montella poi ammette: «Io con i Tamarisco sono sempre stato corretto, avevo paura, erano spietati e poi con tutta la droga che trasportavo mi consideravano un responsabile: con la droga non si scherza, se sbagli si muore». Dichiarazioni chiave che diventano per i magistrati prove inconfutabili. Una tesi che conferma come Francesco Tamarisco quella donna voleva vederla morta.

Aveva avuto il coraggio di denunciare, aveva avuto la forza di varcare le porte della caserma e vomitare l’orrore che suo figlio ed altri bambini avevano subito in quella scuola degli orrori. Stuprati nel simbolo della cultura, della legalità. Nell’unico posto sicuro dove una madre lascia suo figlio. E invece quella scuola nel rione Poverelli era stata trasformata nella gabbia infernale per quei piccoli. Oggi però, quei maledetti racconti stentano a venir fuori. Le mamme che quegli anni erano vicine a Matilde non «ricordano». Fanno fatica a confermare le versioni di 20 anni fa. E’ il muro dell’omertà che diventa sempre più spesso. La paura che quell’uomo a cui lo Stato ha tolto tutto, l’aria, la casa e i familiari, possa ancora punire. Ma l’esempio di Matilde dovrebbe far urlare non tacere.