L’uomo che ha sfidato la camorra. «I boss hanno affamato i miei figli»

Redazione,  

L’uomo che ha sfidato la camorra. «I boss hanno affamato i miei figli»

CASTELLAMMARE DI STABIA –  «Mi impediscono di lavorare, hanno tolto il pane alla mia famiglia». La testimonianza di un imprenditore di Castellammare di Stabia, contenuta nell’ordinanza che ha portato all’arresto di 21 persone ritenute affiliate al clan Cesarano – è il manifesto del potere criminale, di una camorra che con arroganza, violenza e prevaricazione decide la vita delle persone perbene. Ma è anche il manifesto che andrebbe affisso ovunque sul territorio perché meglio di qualsiasi altra cosa spiega che ribellarsi e denunciare è l’unico modo per liberarsi dalla morsa dei clan. Il racconto La denuncia dell’imprenditore è quella che fa scattare l’inchiesta “Isaia”, chiamata così per via del soprannome “Profeta” del boss Luigi Di Martino. E’ l’estate del 2012 quando l’uomo ormai ridotto sul lastrico dal clan Cesarano decide di rivolgersi alle forze dell’ordine.

E‘ un imprenditore disperato, ha una ditta individuale, nella quale lavora come unico dipendente, che si occupa delle forniture di dispositivi elettronici a bar e locali della zona. Per alcuni anni paga regolarmente il pizzo agli emissari della cosca di Ponte Persica, per timore di ritorsioni e perché tutto sommato con il guadagno riesce a tirare avanti la sua famiglia. Ma dal 2011 la situazione cambia. Il clan Cesarano non si accontenta più dei soldi che il piccolo imprenditore versa attraverso le estorsioni. La cosca ha deciso che a occuparsi di quell’affare dev’essere un’altra ditta, di proprietà di un personaggio ritenuto “amico” di Ponte Persica. E in quel momento cominciano i problemi. L’imprenditore negli anni ha saputo farsi apprezzare dai suoi clienti, che non hanno alcuna intenzione di cambiare fornitore. Con alcuni di loro è nato anche un rapporto di stima, fiducia e amicizia e questo dovrebbe consentirgli di riuscire a fronteggiare la concorrenza, anche se sostenuta dalla camorra.

Ma il clan Cesarano non è incline a fare dietrofront davanti ai rifiuti dei titolari di bar e locali di Castellammare di Stabia e Pompei. Così la cosca comincia a inviare i suoi emissari – a nome del boss Nicola Esposito, alias ‘o mostro – nelle attività che si riforniscono dall’imprenditore. Il compito che gli viene affidato è quello di avvertire i titolari che devono cambiare fornitore e che nei giorni successivi passerà la nuova ditta a portargli i congegni  elettronici di cui hanno bisogno. Qualche titolare di bar e locali si piega subito alla volontà del clan, altri invece provano a resistere spiegando che sono contenti del fornitore con il quale ormai lavorano da anni. E qui la camorra dà vita alla seconda parte del piano di “convincimento”. Le attività che si sono opposte alle direttive della cosca subiscono rapine a mano armata, furti, in alcuni casi proprio dei dispostivi elettronici che  vengono portati via dai malviventi. Un messaggio chiaro: chi si oppone alla legge del clan, avrà vita dura. L’imprenditore comincia a perdere tutti i clienti e solo in quel momento materializza che l’unica possibile via d’uscita è proprio quella di rivolgersi alle forze dell’ordine. «La mia attività è assolutamente stritolata, non sono più in grado di fronteggiare la difficile situazione», sono le parole che affida agli investigatori. Quella denuncia di un uomo distrutto, ridotto sul lastrico dalla camorra, dà il via a un’indagine durata sette anni. Gli investigatori partono da quelle parole per ricostruire il clima di terrore imposto dal clan Cesarano, il ruolo di capi e gregari all’interno della cosca. Un lavoro che lunedì s’è concretizzato in un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 21 persone, che sono tutte in carcere.