Azzurro, quel treno dei desideri che ci fece tutti italiani

Azzurro, quel treno dei desideri che ci fece tutti italiani

Rocco Traisci

Con i cinquant’anni del “treno dei desideri” è uscito già da qualche mese l’album “Live in Caracalla, 50th years in Azzurro” e Paolo Conte torna a Napoli con un incontro alla sala Scarlatti del conservatorio di San Pietro a Majella, prologo dello spettacolo “best of” al teatro San Carlo di lunedì scorso 2 dicembre. Nella scaletta dello show però mancava proprio la canzone interpretata da Adriano Celentano, che rese celebre il “molleggiato” e il suo oscuro autore, l’avvocato di Asti. Da allora Paolo Conte è riuscito a vincere l’imbarazzo dell’arte e a scegliere di cantare nonostante la voce rotta e sporcata dalle nebbie, in quella condizione di pericolo in cui riposano i demoni, che tutto a un tratto si risvegliano spaccando il destino in due vie.“Non so da dove nacque Azzurro, forse è un fatto di colore nazionale, quel nazionalismo che mi viene fuori, non so, io però non lo vedo propriamente come vero azzurro, ma più come turchino…”, ha detto ai microfoni di FanPage. Un’Italia a metà ancora scottata dalla miseria del dopoguerra, sotto il peso disumano di due conflitti mondiali finiti con lo sbarco degli alleati e una sanguinosa guerra fratricida con cui i partigiani legittimarono il mito della liberazione antifascista.  Dopo aver abbandonato la carriera forense, il grande cantautore – oggi 84 enne –  si è dedicato alla bellezza della poesia in musica, facendone strame nel mondo pensante, che ancora ce lo riconosce e ci invidia. Un concerto di un’ora e mezza sold out da mesi, da quando l’autore di Onda su Onda, Vieni Via con Me, Bartali, Elegia e Snob (una delle sue ultime creature, album del 2017) ha annunciato il ritorno a Napoli, sospendendo i versi – più volte invocati- del celebre refrain (…“allora io quasi quasi prendo un treno e vengo da te, il treno dei desideri dei miei pensieri all’incontrario va”…). Era il treno Palermo-Napoli-Milano, il treno del Sole, dei migranti meridionali, del boom economico che finalmente ci rese tutti italiani, non nelle trincee del Piave ma sui cantieri e le fabbriche di una nuova nazione. Tutto nelle sue parole è pellicola da film muto, il linguaggio si arrampica alla passione e soffia un velo di nebbia. Quanto è lontana l’Italia di Azzurro.”Che fosse una canzone vincente l’avevo capito subito – ricorda Conte all’Ansa in occasione della tappa milanese di qualche mese fa-. L’ho scritta pensando a Celentano come interprete ideale, e il successo lo devo a lui, perché aveva come ha ancora un grandissimo pubblico. Con Celentano però non ci vediamo quasi mai, l’avrò incontrato 3 o 4 volte”. Sul palco della sala Scarlatti si sono alternati amici di lunga data per aneddoti e ricordi: Peppe Servillo, il fotografo Guido Harari, Eugenio Bennato che parla dell’interesse profondo di Conte per E.A. Mario e il siparietto con Enzo Gragnaniello, quando parlano del loro primo incontro al premio Tenco nel 1986 e dei rispettivi modi di cantare. Poi in serata la sua lunga carrellata di mondi arcani, in un’Italia che non ha spezzato i valori di una lunga ferrovia di speranze.