Ciro Formisano

Droga e armi, 2 pentiti accusano Gallo

Ciro Formisano,  

Droga e armi, 2 pentiti accusano Gallo

BOSCOREALE –  Ci sarebbe anche l’ombra di Giuseppe Gallo, il re dei narcos di Boscotrecase attualmente recluso al regime del 41 bis, in fondo alla storia della guerra di camorra di Ercolano. Anche il boss dello spaccio, il capo del clan Gallo-Limelli-Vangone, la cosca con base nell’area boschese e ramificazioni e interessi anche a Torre Annunziata e nell’hinterland vesuviano, avrebbe avuto un ruolo all’interno della sanguinosa guerra tra i clan Birra-Iacomino e Ascione-Papale, le due cosche in lotta per il monopolio degli affari illeciti nella città degli scavi e delle pezze. Il nome di Peppe ‘o pazzo, così come è noto a investigatori e camorristi il ras Giuseppe Gallo, viene, infatti, più volte rievocato nell’inchiesta sull’omicidio di Gaetano Pinto, uomo degli Ascione-Papale ucciso a Ercolano nel 2007 da un commando guidato da Michele Palumbo, l’ex sicario, oggi pentito, al servizio dei Gionta di Torre Annunziata, storici alleati dei Birra-Iacomino. A parlare del capoclan boschese sono i pentiti Francesco Raimo e Agostino Scarrone, i due ex killer al servizio dei Birra che vennero condannati all’ergastolo nel primo processo, poi annullato dalla Cassazione, sull’omicidio Pinto.

Il loro “alibi” sarebbe proprio rappresentato da Peppe ‘o pazzo. Scarrone e Raimo – quest’ultimo uno dei testimoni eccellenti nel processo sulla strage di mafia costata la vita al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta – erano proprio alla “corte” del boss della droga di Boscotrecase mentre il commando di morte massacrava Pinto nella sua abitazione. Non una visita di cortesia, ovviamente. Secondo quanto confermato dai due collaboratori di giustizia, infatti, a dirottarli verso ‘o Pazzo sarebbe stato Stefano Zeno, il capoclan dei Birra, l’uomo della santa alleanza di camorra con l’asse Chierchia-Gionta, le due organizzazioni che aiutarono i “resinari” a combattere la faida di camorra di Ercolano: un dato confermato dalle inchieste sugli omicidi dei fratelli Marco e Maurizio Manzo e di Ettore Merlino. Sarebbe stato proprio ‘o Pazzo uno degli “armieri” utilizzati dai Birra negli anni della guerra agli Ascione. A confermarlo è direttamente Agostino Scarrone, che svelando i retroscena del suo alibi di ferro ai magistrati dell’Antimafia, racconta le strategie della faida senza confini che avrebbero unito Ercolano a Boscotrecase. «Zeno mi disse che sarei dovuto andare a Boscotrecase da Giuseppe Gallo a prendere la cocaina e trenta colpi per il fucile mitragliatore Kalashnikov». Armi che secondo i due pentiti vennero consegnate regolarmente da Gallo in persona per poi essere trasportate fino a Ercolano a bordo di una Lancia Y.

Dopo l’arresto, come racconta ancora Scarrone, i vertici dei Birra – a testimonianza, forse, dei rapporti commerciali tra le due cosche -suggerirono all’ex sicario di non fare il nome di Peppe ‘o Pazzo per crearsi un alibi. Pur di rispettare i codici della camorra, l’ex sicario incassò la condanna all’ergastolo prima di pentirsi e svelare i retroscena dell’omicidio. Recentemente il nome di Giuseppe Gallo è balzato in cima alle pagine di cronaca. Il boss “pazzo”, infatti, è stato scoperto con tre cellulari di ultima generazione all’interno della sua cella. E’ la prima volta nella storia che un detenuto recluso al così detto carcere duro viene scoperto con degli smartphone. Sul caso è aperta un’inchiesta coordinata dall’Antimafia. E nel mirino potrebbero finire anche i dipendenti della polizia penitenziaria che avrebbero aiutato il boss a introdurre nel carcere i telefonini. L’ennesima “trovata” di quello che è considerato, a dispetto del suo soprannome, uno dei padrini più ricchi e potenti della camorra campana. L’inchiesta Pandora-Matrix che ha colpito il clan qualche anno fa ha anche dimostrato che Gallo aveva accumulato – grazie ai traffici di droga – un patrimonio di centinaia di milioni di euro. Soldi in parte reinvestiti anche nell’acquisto di azioni, titoli e immobili.