Giovanna Salvati

Teresa Gionta è tornata in città. Ma la figlia del boss non ha casa

Giovanna Salvati,  

Teresa Gionta è tornata in città. Ma la figlia del boss non ha casa

TORRE ANNUNZIATA –  E’ tornata nella sua città. Dopo circa undici anni di carcere. Dopo undici anni di buio, lontana dalla sua Torre Annunziata, reclusa nel penitenziario romano. Lontana dalla sua famiglia, anche se in buona parte tutta detenuta. Sabato mattina, Teresa Gionta è tornata a casa. E ieri, per la prima volta, ha anche festeggiato nel giorno della ricorrenza dell’Immacolata la sua prima domenica di libertà. Avrebbe dovuto scontare più di 16 anni di carcere complessivi: la somma di due condanne a 8 anni incassate per traffico di droga e associazione per delinquere di stampo mafioso. Ma con circa 5 anni d’anticipo rispetto alla “scadenza” stabilita dai giudici ha lasciato la sua cella del carcere di Rebibbia. La figlia del padrino di Torre Annunziata Valentino e sorella dei boss Aldo e Pasquale, è tornata una donna libera. La terza sezione penale della Corte d’Appello di Napoli ha, infatti, concesso uno sconto di pena alla pluri-pregiudicata di via Bertone, accogliendola la richiesta dei suoi legali, gli avvocati Roberto Cuomo e Maria Palmieri. Ma appena tornata in città ha dovuto fare i conti con la prima stangata. La porta chiusa, sigillata e murata di palazzo Fienga.

Lo Stato le aveva tolto la libertà, rinchiudendola in carcere ma anche la sua casa. L’abitazione dove viveva non esiste più. E così ha dovuto chiedere appoggio ad un familiare: lady Gionta sarà ospite, almeno per ora, a casa della suocera in corso Vittorio Emanuele. Teresa Gionta era in carcere dal 2008, salvo un breve periodo di libertà nel 2013 per decorrenza termini. E’ stata condannata, in via definitiva, in due distinti processi. Il primo, nato dall’inchiesta “Alta Marea”, la mega-indagine che ha decapitato la cupola dello spaccio guidata dai Gionta. Per quella vicenda la 45enne ha incassato 8 anni e 8 mesi di reclusione per traffico di stupefacenti ma è stata assolta dall’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. Sempre nel 2013, però, la figlia del padrino recluso al 41 bis è stata coinvolta in un’altra inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. La famosa indagine sul “Codice Gionta”, un ingegnoso sistema di comunicazione attraverso il quale, dal carcere, i boss riuscivano a trasmettere i propri ordini all’esterno. Teresa Gionta, secondo gli inquirenti, era una delle messaggere chiamate a trasmettere gli ordini di suo marito, Giuseppe Carpentieri – in carcere dagli anni ’80 e condannato a 30 anni di reclusione – e di suo fratello Aldo Gionta. Per quest’altra vicenda lady camorra è stata condannata, con sentenza diventata definitiva nel 2016, alla pena di 8 anni di carcere.

In tutto 16 anni e 8 mesi di reclusione. Ma per la difesa ci sono gli estremi per chiedere il vincolo della continuazione tra le due sentenze. Di fatto il processo sul “Codice Gionta”, sostengono i legali, avrebbe dimostrato ciò che si ipotizzava già nell’indagine “Alta Marea”: cioè che Teresa Gionta era, a tutti gli effetti, un esponente del clan fondato da suo padre. E così, nonostante il lungo arco temporale tra le contestazioni – si parla del periodo che va dal 2008 al 2015 – i giudici hanno comunque accolto la tesi degli avvocati Cuomo e Palmieri, concedendo la continuazione e determinando la pena complessiva in 11 anni e 8 mesi di reclusione. Cinque in meno rispetto ai 16 anni e 8 mesi incassati nei due processi. E da 24 ore Teresa è libera. Per lei primo Natale a casa, in compagnia della sua famiglia, e anche della cognata, Nunziata Caso, la moglie di suo fratello Aldo, tornata in libertà appena due mesi fa.