Il pentito stabiese raccontò la strage di via D’Amelio

Redazione,  

Il pentito stabiese raccontò la strage di via D’Amelio

CASTELLAMMARE DI STABIA – Se lo Stato italiano, dopo 27 anni di misteri, depistaggi e ombre, è riuscito a riscrivere un pezzo di storia di quella strage che nel 1992 è costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta, lo deve anche a un pentito di Castellammare di Stabia. Il suo nome è Francesco Raimo, soprannominato ‘o castellone, ex pregiudicato del centro storico diventato sicario del clan Birra-Iacomino di Ercolano. Lo scrivono anche i giudici del tribunale di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di condanna a carico degli esponenti di Cosa Nostra Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, entrambi condannati all’ergastolo, e dei falsi pentiti Calogero Pulci e Francesco Andriotta che hanno incassato 10 anni di reclusione.

Il processo

Al centro del procedimento l’ennesimo filone d’indagine sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Un’inchiesta imbastita dai pm Sergio Lari e Gabriele Paci proprio attorno al depistaggio dei finti collaboratori di giustizia. E in quel fascicolo sono finiti anche alcuni verbali del pentito che all’Antimafia ha svelato i misteri della guerra di camorra che ha visti contrapposti i clan Gionta, Birra e Chierchia contro gli Ascione-Papale. Raimo, il 26 marzo del 2015, è stato anche ascoltato nel corso del processo. I suoi racconti – secondo quanto scrivono nelle motivazioni i giudici siciliani – rappresentano un «formidabile» riscontro alle accuse mosse nei confronti di Vittorio Tutino, uomo di fiducia della famiglia Graviano, un nome tirato più volte in ballo nelle inchieste sulle stragi costate la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Raimo, con riferimento ai colloqui avuti in carcere – al 41 bis a Novara – con esponenti di spicco di Cosa Nostra, ha parlato dei timori espressi dal suo vicino di cella, Vittorio Tutino appunto sul fatto che il pentito Gaspare Spatuzza, il suo ex capo, potesse accusarlo del furto della Fiat 126 usata come autobomba dalla mafia per la strage di via d’Amelio. I verbali del pentito- ritenuto attendibile dalla magistratura – sono stati depositati dai pm assieme a quelli di Marco Marino, ex esponente della ‘ndrangheta. Alle dichiarazioni di Raimo i giudici dedica un intero capitolo delle quasi 2000 pagine di motivazioni. Le dichiarazioni rese da Raimo vengono considerate «estremamante rilevanti» nell’analisi degli elementi di prova a carico di Tutino. «Io e Tutino – uno dei passaggi dei racconti del collaboratore di giustizia – avevamo una bella amicizia. Io gli parlavo delle mie storie processuali e lui mi ascoltava, mi consigliava».

Poi il racconto clou. Il giorno in cui a Tutino viene notificato in carcere un avviso di garanzia per la strage di via D’Amelio. «Mo’ vuoi vedere che questo mi mette pure in mezzo per il fatto della 126 di via D’Amelio», le parole che Raimo attribuisce a Tutino in riferimento alle dichiarazioni rese all’epoca da Spatuzza. Dichiarazioni ritenute «credibili» dai giudici anche alla luce dei riscontri effettuati dalle forze dell’ordine e degli elementi emersi nel corso del processo.

Il personaggio

Aspettando il sigillo finale della Cassazione il nome del pentito stabiese è già impresso tra le pagine di uno dei processi più importanti della storia italiana. Raimo, il collaboratore di giustizia con la memoria di ferro, è stato protagonista, in questi anni, di decine di inchieste. All’ex pubblico ministero dell’Antimafia, Pierpaolo Filippelli ha svelato le trame della terrificante guerra di camorra di Ercolano. Ha fatto nomi e cognomi di killer, mandanti. Ha ricostruito incontri, affari, estorsioni. Ha ammesso di aver ucciso per conto della camorra. Ha fatto arrestare centinaia di affiliati e fiancheggiatori delle cosche in lotta per il monopolio degli affari illeciti da Torre Annunziata fino alle porte di Napoli. Le sue dichiarazioni sono finite al centro di decine di processi, compreso quello per l’omicidio di Matilde Sorrentino, la mamma coraggio di Torre Annunziata uccisa nel 2004 per aver denunciato i pedofili che abusavano di suo figlio. Testimonianze dettagliate, precise. Ricostruzioni ritenute credibili al punto che a Raimo è stata più volte riconosciuta l’attenuante della collaborazione con la giustizia.