Giovanna Salvati

Il boss e la paura di morire «Non mi stanno curando: se io muoio,voi uccideteli»

Giovanna Salvati,  

Il boss e la paura di morire «Non mi stanno curando: se io muoio,voi uccideteli»

TORRE ANNUNZIATA – Ogni volta che si presenta in aula è silenzioso. Sguardo gelido. Mani conserte. Ascolta chi lo accusa. Non perde nemmeno un passaggio di chi gli vomita contro l’orrore di cui sarebbe stato protagonista. Di chi lo dipinge come un ras spietato che avrebbe ordinato – secondo le tesi investigative e le accuse che pendono sul suo capo – la morte di una madre coraggio. Francesco Tamarisco, narcos della famiglia dei Nardiello attualmente detenuto con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Matilde Sorrentino – massacrata nel 2004 sull’uscio di casa per aver denunciato i pedofili di suo figli – però è un boss debole. Un aspetto che spunta fuori da una delle intercettazioni ricostruite dagli 007 in carcere. Un dettaglio che emerge da uno dei tanti verbali che hanno permesso di ricostruire il profilo del super narcos del rione Poverelli. Forte, spietato ma con il terrore di morire. Quella maledetta paura che gli attraversa l’anima quando inizia a pensare che i medici non gli stiano prestando le dovute e necessarie cure sanitarie. I fatti risalgono al 2018 quando Francesco Tamarisco è detenuto in carcere. E’ il 30 gennaio e riceve la vista della sua convivente.

Il ras non si sente bene, è affetto da una patologia che lo obbliga a ricevere delle cure mediche. Le cure gli vengono prestate da personale medico interno al carcere ma con il supporto di professionisti esterni. Ma Tamarisco è preoccupato «bisogna fare qualcosa – racconta – dovete mettervi in contatto con i medici, con questi garanti e dovete farli muovere al più presto». Tamarisco – secondo quanto viene ricostruito – è preoccupato perché il suo stato di salute sta peggiorando. A suo dire si sente trascurato e esprime la volontà di volersi vendicare su chi non lo sta curando. Lamenta alla convivente che i medici non gli stanno prestando la dovuta attenzione nella cura della patologia di cui risulta affetto. Una preoccupazione che peraltro Tamarisco aveva già comunicato alla donna in una lettera che gli avrebbe inviato. Il narcos è convinto che le sue condizioni, a causa dell’assenza delle dovute cure, possano peggiorare e così incalza ordinando la vendetta «se succede qualcosa a me, devi palare con mio fratello, glielo devi dire che se muoio io loro devono venire con me».

Il riferimento è al dirigente sanitario e al medico, una donna, che hanno in cura il narcos. Una condanna a morte per i due medici che non lo avrebbero curato secondo quanto previsto. Ovviamente, una paura di morire e un ordine di uccidere che non hanno avuto conseguenze. Un aspetto che è servito a rafforzare la tesi dei magistrati e degli investigatori sulla pericolosità del ras dei Nardiello. Era stato proprio il giudice infatti a sottolineare che «l’indole estremamente violenta e vendicativa di Tamarisco, pronta a deliberare ed organizzare forme crudeli di rappresaglia in presenza di torti subiti che potrebbero indirizzarsi verso coloro che lo hanno chiamato in causa». Tamarisco porta così alla luce un profilo di boss indifeso, solo, tanto che quando saluta e congeda la donna la implora di ricevere una lettera «scrivi, scrivi, io ho bisogno, veramente ho bisogno». La debolezza di un uomo spietato, la paura di morire per un boss che la morte l’avrebbe ordinata per quella donna che aveva invece avuto il coraggio di ribellarsi, di denunciare. Emerge anche questo aspetto dalle informative, una immagine che fa a pugni con quell’uomo che invece sfila durante le udienze, che resta in silenzio mentre viene accusato di tanta crudeltà. Quasi impotente. L’uomo che si dichiara innocente, che implora la verità e che prende le distanze giurando ai magistrati «i bambini e le donne non si toccano, io non c’entro nulla». Ma intanto sotto le domande incalzanti dei giudici, avvocati e in particolare del pubblico ministero – procuratore facente funzioni a Torre Annunziata, Pierpaolo Filippelli, i suoi accusatori, pentiti e non, svelano la ragnatela dei suoi affari raccontando di un altro Tamarisco.

Il boss che non ha paura di morire, ma colui che le sentenze di morte, invece, le ordina. Aspetti questi che sono ancora in ballo e al centro del processo che si sta celebrando nelle aula della Corte d’Assise del Tribunale di Napoli e che a gennaio vedrà altri pentiti testimoniare contro il narcos dei Nardiello.