Giovanna Salvati

Torre Annunziata. Sei boss scarcerati in un anno, risorge la cupola dei Gionta

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata. Sei boss scarcerati in un anno, risorge la cupola dei Gionta

Spaccio nel regno del clan Gionta, torna a casa il pusher dei record
Torre Annunziata. Scacco alla cupola dei Gionta, la Dda chiede 80 anni di cella

TORRE ANNUNZIATA – Quasi tutti hanno pagato il loro debito con la giustizia. Dopo anni dietro le sbarre sono tornati in città, liberi o ai domiciliari. Non hanno più una casa, un fortino. Palazzo Fienga è stato murato. Ma la loro base resta sempre lì, a ridosso del Quadrilatero delle Carceri, nel cuore cadente del centro storico di Torre Annunziata. I Gionta sono tornati. Nell’ultimo anno una raffica di scarcerazioni eccellenti ha ricomposto, in parte, la cupola della cosca fondata da don Valentino. E il ritorno a casa di camorristi di rango e parenti di boss è già finito in cima alle priorità degli 007. Nella città delle bombe, delle stese e degli agguati, dopotutto, basta poco per innescare la miccia. Il primo a tornare a casa è stato il cognato di Valentino Gionta senior, Felice Savino. Arrestato nel 2015 per estorsione aggravata dal metodo mafioso ha rimesso piede a Torre a maggio, agli arresti domiciliari. La decisione di ridargli la libertà era arrivata dal giudice del tribunale di sorveglianza del penitenziario di Parma dove l’uomo era stato spedito dopo l’arresto. Savino è sempre stato considerato il braccio destro del fondatore della cupola e per anni avrebbe curato in prima persona tutti gli affari della famiglia Gionta. Dalle estorsioni allo spaccio di droga fino alla gestione della cassa. Un ruolo di spicco di cui Savino si era sempre vantato. Poi le manette. Insieme al figlio fu ritenuto responsabile di occuparsi delle tratte della droga tra la Calabria e la Campania. Un rifornimento di cocaina concordato direttamente con le ‘ndrine.

La scarcerazione di Savino sarà però ridiscussa tra un anno, quando verrà nuovamente chiesta una perizia medica che potrà confermare o annullare l’incompatibilità riconosciuta con il regime del carcere. Ma nella lista dei camorristi tornati in città c’è anche un altro nome pesante, quello di Salvatore Ferraro, alias ‘o capitano. Prima sorvegliato speciale poi completamente libero. E’ ritenuto uno degli uomini di fiducia della cosca. Un soldato di spicco del sodalizio criminale. L’ex cassiere dei Valentini che è rimasto senza soldi e senza casa, almeno sulla carta. Al punto che qualche mese ha deciso di occupare un’abitazione di proprietà delle ferrovie dello Stato e senza concedersi alcun lusso. Sfrattato, dopo poche ore, da Comune e polizia. L’1 giugno un’altra scarcerazione eccellente. Torna a Torre Annunziata Raffaele Sperandeo. Era stato condannato a 14 anni e 4 mesi, per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. Scontata la sua pena i giudici della Corte di Appello di Napoli non hanno ritenuto che fosse pericoloso e lo hanno rispedito in città. L’Antimafia lo ha però ritenuto una figura chiave della maxi-inchiesta Iron che cinque anni fa è riuscita a smascherare una santa alleanza stretta tra 35 potentissimi narcos dei clan Gionta, Di Gioia di Torre del Greco e Nuvoletta di Marano.

Il patto serviva alle tre organizzazioni di camorra per imbottire di droga – proveniente dalla Colombia, dalla Spagna e dall’Olanda – le piazze di spaccio del Vesuviano e a nord di Napoli. Ma i Gionta sono un clan che ha sempre attinto anche dall’universo femminile. E così nell’elenco di boss, affiliati e fiancheggiatori tornati liberi ci sono anche i nomi di alcune donne. Come Nunziata Caso, moglie del boss poeta Aldo Gionta, quest’ultimo recentemente condannato all’ergastolo per l’omicidio di Natale Scarpa. Era detenuta nel carcere di Piacenza. Finita dietro le sbarre perchè partecipò all’aggressione di Carmela Gionta, la sorella di don Valentino, assieme alla mamma Pasqualina Apuzzo e alla figlia Gemma Gionta: entrambe libere da tempo. Nunziata Caso rappresenta una delle donne ritenute organiche all’organizzazione. Non semplici fiancheggiatrici o “ancelle” dei loro uomini, ma protagoniste consapevoli delle attività della cosca, fosse anche solo nel trasmettere i messaggi di chi è detenuto in carcere. Era quanto emerse anche dalla sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Napoli che, sebbene ridimensionò fortemente il quadro delle accuse delineato dalla Dda partenopea, confermò l’accusa di 416 bis (la partecipazione all’associazione mafiosa) nei confronti di Carmela Gionta, sorella 71enne del fondatore del clan Valentino, e Annunziata Caso, moglie del boss Aldo.

Infine, l’ultima a tornare in città è stata Teresa Gionta. Appena una settimana fa. E’ lei la figlia del boss don Valentino dopo circa undici anni trascorsi nel penitenziario di Rebbibia è ora ospite della suocera. Tornata a casa in netto anticipo grazie ad uno sconto di pena concessa dai giudici. Era stata condannata per traffico di droga e anche per associazione mafiosa nell’ambito della famosa inchiesta sul codice Gionta, l’ingegnoso sistema architettato dal clan per far uscire dal carcere gli ordini dei boss reclusi. Scarcerazioni eccellenti sulle quali, però, ha puntato i riflettori l’Antimafia soprattutto alla luce del terribile clima di tensione che da mesi si respira in città.