Ciro Formisano

Racket sui fiori, i boss dei Cesarano condannati a 30 anni

Ciro Formisano,  

Racket sui fiori, i boss dei Cesarano condannati a 30 anni

Si chiude con quattro condanne per trent’anni di carcere complessivi il processo di primo grado, con rito abbreviato, per il racket al mercato dei fiori di Pompei. Il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Napoli ha inflitto pene pesanti alla cupola del clan Cesarano – cosca attiva tra Castellammare, Pompei e Scafati – arrivando persino a superare, in alcuni casi, le richieste di condanna formulate, nella sua requisitoria, dal pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia, Giuseppe Cimmarotta.

Le stangata

La pena più pesante è arrivata per Luigi Di Martino, ritenuto dalla Dda l’ultimo reggente della cosca con base a Ponte Persica, attualmente recluso al regime del 41 bis nel carcere di Milano Opera. Al boss noto con il soprannome di ‘o profeta – difeso dall’avvocato Dario Vannitiello – sono stati inflitti 10 anni di reclusione a fronte dei 9 anni invocati dall’accusa. Mano pesante dei giudici anche per Giovanni Cesarano, ritenuto il principale referente di Luigi Di Martino nella capillare raccolta delle estorsioni. Cesarano, nonostante la scelta di ammettere gli addebiti, non ha ottenuto nessuno sconto di pena. Anzi. I giudici lo hanno condannato a 8 anni di carcere contro i 6 anni e 6 mesi chiesti dall’Antimafia. Il gup ha poi condannato a 6 anni e mezzo di reclusione Aniello Falanga, ritenuto l’esecutore materiale delle estorsioni pianificate da Di Martino. Una condanna che ricalca in pieno la requisitoria del pm. Falanga – difeso dall’avvocato Massimo Autieri – al contrario di Cesarano ha negato le sue responsabilità. A chiudere il cerchio i 5 anni e 4 mesi per Luigi Di Martino, detto ‘o cifrone, difeso dall’avvocato Francesco Schettino. Per Di Martino – unico imputato in questo processo accusato di tentata estorsione – l’accusa aveva invocato 6 anni di reclusione. Di Martino, oltre ad ammettere l’addebito, ha anche provveduto a risarcire la vittima.

Le indagini

Una sentenza pesante che conferma il quadro ritratto dalle indagini che hanno consentito alla Dda di assestare un duro colpo all’ala operativa della cosca specializzata in racket e riciclaggio. I quattro imputati, tutti già reclusi, sono stati coinvolti in una indagine che a maggio scorso ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di sette persone (tre imputati hanno scelto il rito ordina«rio). Le accuse contestate, a vario titolo, sono gravissime. Si va dall’estorsione alla tentata estorsione passando per le lesioni personali. Reati aggravati dal metodo mafioso. L’inchiesta nasce nel 2014. Ad accendere i riflettori dell’Antimafia sul mercato dei fiori – già finito al centro di altre indagini sugli affari della cosca – sono state diverse segnalazioni ed esposti anonimi. Dopo la scarcerazione e l’ascesa di Luigi Di Martino, ‘o profeta avrebbe imposto nuove forme di estorsione alle vittime. Oltre al “classico” racket mensile il clan ha “introdotto” anche l’imposizione di una determinata ditta di trasporti con prezzi fissi e più alti rispetto alla media. Una ditta – sostengono gli inquirenti – messa in piedi proprio dai Cesarano che nel giro di pochi mesi, dal nulla, arriva a fatturare oltre un milione di euro. Una ricostruzione confermata in pieno dal processo di primo grado che si è concluso ieri mattina con condanne pesanti per tutti gli imputati. L’ennesima stangata per i vertici di quella organizzazione criminale che nell’ultimo anno è stata travolta da una lunga serie di indagini sull’affare racket.