Cesarano, pizzo alle sale bingo. Il Boss incastrato da due pentiti

Redazione,  

Cesarano, pizzo alle sale bingo. Il Boss incastrato da due pentiti

Estorsioni agli imprenditori, determinanti per la Cassazione le dichiarazioni dei pentiti Romolo Ridosso e Alfonso Loreto contro Luigi Di Martino, alias ‘o profeta, Fiorentino De Maio e Giovanni Cesarano. Per i tre è stata confermata la sentenza della Corte d’Appello di Napoli sul pizzo alla sala bingo di Pompei. In questi giorni sono arrivate le motivazioni da parte degli ermellini. «La sentenza valorizza quanto dichiarato da Alfonso Loreto e che il ruolo di reggente del clan Cesarano in capo a Luigi Di Martino è compatibile con la data di arresto di Nicola Esposito detto ‘o mostro e con quella di scarcerazione del primo dopo aver espiato condanna a nove anni di reclusione proprio per la affiliazione al clan Cesarano con ruolo direttivo», scrivono i giudici del Palazzaccio romano nelle 11 pagine di motivazioni sulla conferma delle condanne.

Per la Cassazione le dichiarazioni Alfonsino Loreto, come pure quelle del collaboratore di giustizia Romolo Ridosso, provengono da soggetti che hanno conoscenza diretta, per il ruolo ricoperto, di molti dei fatti di cui riferiscono. La spinta alla collaborazione è scaturita dalla volontà di assicurare ai propri familiari un futuro migliore e dunque mal si concilia con il formulare false accuse; né sono emersi elementi di inquinamento della sincerità, mentre sono presenti ripetute accuse a sé stessi e a stretti compagni di commissione di gravi reati: il coinvolgimento di Di Martino nel clan camorristico di Ponte Persica, gruppo Cesarano, è confermato dalla diretta partecipazione dalle dichiarazioni rese da Romolo Ridosso, esponente del gruppo LoretoRidosso operante nel territorio di Scafati. Al riguardo, nessuna contraddizione di rilievo è emersa da Loreto. Testimonianze lucide che hanno trovato risconto nelle attività dell’Antimafia.

«Le dichiarazioni di Romolo Ridosso, che mostra di ben conoscere la fonte processuale, si conciliano con le confessioni rese da Di Martino, Di Maio e Cesarano». E ancora: « Nessuna contraddizione di rilievo è emersa da parte di Alfonso Loreto, ben potendo aver appreso la notizia dell’aumento della tangente imposta alla sala bingo. La presenza di formidabile riscontro esterno fornito dai fratelli Moxedano (le cui dichiarazioni hanno faticosamente superato l’intimidazione derivante dalla soffocante presenza dei clan camorristici sul territorio, dimostrata dal prolungato e silente pagamento di pesanti tangenti mensili nonché dalla supina accettazione di imposizioni sulla assegnazione dei servizi di pulizia interna), nonché da Pietro Palomba (titolare della sala bingo a Scafati)». Il riferimento della Corte di Cassazione è per le condanne relative allo stralcio del processo napoletano con episodi di estorsione avvenuti tra il 2010 e 2016 e che hanno riguardato imprenditori di Pompei. Avevano incassato nove anni Gigino ‘o profeta, 7 Giovanni Cesarano e 4 e 8 mesi Fiorentino Di Maio. Per quanto riguarda il processo salernitano sul pizzo (anche qui figurano i tre condannati a Napoli), la suprema corte ha fissato l’udienza per il prossimo marzo: per queste vicende la pena più alta era stata comminata ad Alfonso Loreto, 9 anni, mentre il reggente del clan di Ponte Persica aveva incassato 8 anni e mezzo di reclusione.