Tiziano Valle

Castellammare. Le imprese della camorra, inchiesta su tre appalti

Tiziano Valle,  

Castellammare. Le imprese della camorra, inchiesta su tre appalti

CASTELLAMMARE DI STABIA – Dalla fornitura dei materiali alla movimentazione del terreno, passando per i costruttori che materialmente si aggiudicano gli appalti pubblici e privati. Un business nel quale da tempo si sono inseriti i clan di Castellammare di Stabia (D’Alessandro e Cesarano), che grazie all’alleanza con altre cosche del territorio, in particolare dei Lattari, hanno esteso il loro controllo sui lavori eseguiti in molti Comuni della provincia a sud di Napoli. C’è un’inchiesta dell’Antimafia che riguarda proprio gli imprenditori che negli anni hanno legato a doppio filo il loro nome a quello della camorra stabiese. Almeno tre gli imprenditori nel mirino, che nel tempo si sono aggiudicati appalti e subappalti a Castellammare, Santa Maria la Carità, Gragnano e Pimonte. In molti casi si tratta solo della fornitura di materiale edile che le ditte che si aggiudicano gli appalti devono prendere dalle imprese indicate dai clan, al di là del pizzo. Perché gli stessi fornitori, a loro volta, devono riconoscere una parte dei guadagni alla cosca che li protegge e in un certo senso promuove la loro attività. In altri casi, si tratta di subappalti che devono essere garantiti alle ditte indicate dai clan, perché impiegano parenti di affiliati che hanno la responsabilità di sostenere economicamente anche chi è finito in carcere. Gli imprenditori che si aggiudicano gli appalti di fatto vengono stretti in una morsa. Oltre a pagare il tre per cento al clan sull’importo dei lavori (questa la tassa imposta in particolare dai D’Alessandro, come emerge dalle indagini), devono anche rifornirsi dalle imprese indicate dalla camorra e farne lavorare altre in subappalto. Una morsa che, stando a quanto ipotizzato dagli investigatori, sarebbe anche il motivo in molti casi di ritardi nell’esecuzione di lavori e di opere incompiute. Le indagini Gli investigatori mantengono il massimo riserbo sull’inchiesta in corso, ma a quanto pare la I.Ca.Da., società di cui Daniele Imparato è socio, non sarebbe l’unica ad aver beneficiato della “vicinanza” dei clan stabiesi. L’imprenditore è stato condannato a 4 anni in primo grado per l’estorsione ai danni di una ditta che s’era aggiudicata l’appalto per il restyling di piazza Principe Umberto. Nella prima udienza del processo d’Appello è spuntato fuori che per la stessa vicenda è indagato anche Carmine Barba, considerato dagli investigatori un personaggio di spicco del clan D’Alessandro. Ma ci sarebbero almeno altre due società edili, impegnate in lavori pubblici, sulle quali si sta concentrando l’attenzione degli 007. Che stanno cercando di stringere il cerchio anche sui riferimenti camorristici degli imprenditori. Una commistione tra imprese e cosche, che negli ultimi anni avrebbe quasi monopolizzato l’economia del cemento e dei piccoli e grandi appalti, a Castellammare come in altri comuni del territorio. L’Antimafia, da anni in lotta con la criminalità organizzata stabiese, ha deciso di adottare per la camorra stabiese lo stesso modello messo in campo per contrastare i Casalesi: colpire l’economia dei clan, provare a svuotarne le casse e portare allo scoperto quei colletti bianchi che risultano determinanti per gli affari delle cosche. Che non a caso provano a mettere le mani su ogni appalto finanziato con risorse pubbliche. Tra le mani dell’Antimafia ci sono gli atti di almeno altre due opere realizzate a Castellammare negli ultimi anni: villa comunale, e via De Gasperi. Lavori per circa 8 milioni che avrebbero fatto gola alla criminalità organizzata.