L’ascesa e il ritiro, gli anni “ruggenti” di Di Maio. Dall’esordio alla Camera

Redazione,  

L’ascesa e il ritiro, gli anni “ruggenti” di Di Maio. Dall’esordio alla Camera

Enfant prodige campano, vice presidente della Camera trasversalmente apprezzato, leader assoluto del M5S, trionfatore delle elezioni del 4 marzo. Poi, la rapida discesa fino al ritiro. Per il 33enne Luigi Di Maio gli anni trascorsi nella politica che conta sembrano almeno il doppio, tra campagne elettorali vincenti, cocenti sconfitte, dissidi interni e un rapporto con Beppe Grillo spesso sull’ottovolante. Di Maio nasce ad Avellino il 6 luglio 1986 ma la sua città è sempre stata Pomigliano D’Arco. E’ lì che, giovanissimo, Di Maio muove i primi passi nella politica locale mentre alterna lavori saltuari come il webmaster o lo steward allo stadio San Paolo. La sua ascesa comincia nel 2007 con l’apertura del meetup M5S a Pomigliano. I primi passi non sono fortunati. Nel 2010 Di Maio si candida come consigliere comunale, ottenendo solo 59 voti. Ma Luigi, di carattere, è un testardo. A testa bassa l’ex capo politico del M5S si mette a lavorare nei meandri del Movimento, senza peraltro mai incontrare né Grillo né Casaleggio. E, da semisconosciuto, vince le parlamentarie che lo porteranno alla Camera nel 2013. Per il M5S è l’esordio nei palazzi della politica. Di Maio parte in sordina – più famosi di lui, a quel tempo, c’erano Roberta Lombardi, Roberto Fico e Alessandro Di Battista, ad esempio – ma la sua elezione a vicepresidente della Camera – il più giovane della storia, a 26 anni – lo porta nell’Olimpo del Movimento.

E’ il 21 marzo 2013. E’ l’inizio dell’ascesa di Di Maio. Elegante, misurato, ordinato nella gestione dell’Aula, il deputato campano si fa spazio in un Movimento spesso tacciato come kitsch e pasticcione. E’ lui, come lo stesso Grillo ama definirlo, il “politico” del Movimento. La faccia pulita di Di Maio, di fronte al barricadero Alessandro Di Battista e al più “francescano” Roberto Fico, funziona e insieme i tre catturano preferenze a destra e a sinistra. E l’anima più di centrodestra del Movimento è interpretata proprio dall’ex capo politico. Man mano Di Maio cavalca le tv, lanciato anche da Gianroberto Casaleggio, ed entra nel Direttorio che segna gli anni delle vittorie su Torino e Roma. Proprio la Capitale, e le vicende della sindaca Virginia Raggi e del suo braccio destro Marra, fanno piombare Di Maio al centro di aspre critiche interne. E’ la fine del 2016 ed è al prima vera spaccatura anti-Di Maio che emerge nel Movimento. Una spaccatura dalla quale, tuttavia, Di Maio esce indenne, relegando l’ala ortodossa a corrente dissidente. Il suo sodalizio con Milano (e la Casaleggio Associati), del resto, è solidissimo, anche più di quello con Genova, città del Garante del M5S. Ma è a Di Maio che, archiviato il Direttorio, Grillo decide di affidare il Movimento. E’ il 23 settembre 2017: Italia 5 Stelle di Rimini incorona – con tanto di voto bulgaro su Rousseau – Di Maio capo politico. Di lì in poi arrivano i trionfi: l’elezione del 4 marzo 2018, il governo con la Lega e il passo indietro della premiership che ne permette la formazione. Ma l’abbraccio con Matteo Salvini è mortale. Il M5S perde voti rapidamente e, dopo la caduta del Conte 1, non li recupera saldando l’alleanza con il Pd. Un’alleanza che, in qualche modo, Di Maio ha subito. Per lui arriva il tempo del declino, del fuoco amico, del gelo di Grillo. Fino al 22 gennaio. Fino alle sue dimissioni.