Salvatore Dare

Boxlandia, giustizia lumaca​ a Sorrento Spunta il rischio prescrizione

Salvatore Dare,  

Boxlandia, giustizia lumaca​ a Sorrento Spunta il rischio prescrizione

Un classico esempio di giustizia lumaca. L’ennesimo caso di un’inchiesta lunga, sfociata in un processo andato già per le lunghe in primo grado e che tuttora, a quasi dieci anni di distanza dall’esposto che fece partire le indagini, ancora deve arrivare alla sentenza di appello. E, manco a dirlo, la prescrizione diviene un rischio più che concreto. Il caso è quello della bufera Boxlandia a Sorrento: ci sono tre imputati attualmente a giudizio per il progetto, poi fermato, che prevedeva la realizzazione di un’autorimessa interrata in un fondo di vico III Rota con oltre 250 box auto. Per il prossimo febbraio, dinanzi ai giudici della Corte d’Appello di Napoli, si dovrebbe tenere l’udienza finale con le discussioni di uno dei difensori degli imputati, tra cui l’ex assessore della Provincia di Salerno, Adriano Bellacosa, avvocato di Nocera Inferiore. Quindi la camera di consiglio e l’attesa sentenza. Le parti civili sono il Wwf Terre del Tirreno e i Verdi ambienti e società (avvocati Giovanbattista Pane e Giovanni Pollio) che auspicano la conferma delle condanne emesse già dal Tribunale di Torre Annunziata.​La sentenza di primo grado è datata addirittura gennaio 2016. Da allora sono trascorsi ben quattro anni. E nonostante la rapida richiesta di fissazione del processo di appello formulata proprio dagli ambientalisti (che appena vennero depositati le motivazioni fecero istanza alla Corte d’Appello per il giudizio di secondo grado) le cose vanno abbastanza a rilento.​Sono imputati Bellacosa in qualità di proprietario del fondo dove sarebbe dovuto sorgere il parcheggio, e i commissari ad acta della Provincia di Napoli Lucio Grande e Dario Perasole che rilasciarono il permesso di costruire incriminato per quei box auto da costruire nel giardino di vico Rota. I tre furono condannati dal Tribunale di Torre Annunziata a un anno e otto mesi di reclusione (pena sospesa).​Era l’ottobre del 2010 quando iniziarono a spuntare pesanti ombre sull’intervento avviato nel fondo di vico III Rota. Ad autorizzare i lavori furono proprio Grande e Perasole che ricevettero l’incarico di esaminare la pratica perché in un primo momento Soprintendenza e Comune di Sorrento negarono il permesso di costruire. Per il Tribunale di Torre Annunziata, quell’autorimessa non poteva essere realizzata perché l’autorizzazione venne rilasciata su un falso presupposto. Quale? Quello secondo cui non c’erano violazioni dei vincoli urbanistici che, in realtà, definiscono “satura” la zona di vico III Rota escludendo incrementi volumetrici, compresi quelli per mettere su un’autorimessa a 3 livelli con 252 box.​Fu un esposto del presidente del Wwf di Sorrento, Claudio d’Esposito – a cui si unì l’allora consigliere comunale di minoranza Rosario Fiorentino – a scatenare la bufera. Ma la vera svolta avvenne con un dossier inviato alla Procura di Torre Annunziata dal compianto Giovanni Antonetti, allora leader cittadino di Italia dei Valori. Il cantiere venne sequestrato dalla polizia, poi partì l’inchiesta e si celebrò il processo. Quindi le condanne di primo grado e ora un giudizio in Appello alquanto a singhiozzo. La Procura generale ha già chiesto la conferma delle condanne per Bellacosa, Grande e Perasole. La sentenza bis è prevista, salvo ulteriori intoppi, magari prima dell’estate.