Ciro Formisano

Droga, telefoni e pizzini, in cella come in hotel. E i boss ringraziano 

Ciro Formisano,  

Droga, telefoni e pizzini, in cella come in hotel. E i boss ringraziano 

Tra le mani degli addetti alla sicurezza del carcere di Poggioreale c’è un pacco sospetto. E’ destinato a uno dei tanti detenuti che affollano – o meglio sovraffollano – il penitenziario napoletano. Gli agenti lo scrutano, lo osservano. Poi decidono di aprirlo, assieme ai poliziotti. Dentro, tra maglioni e  calzini, vengono scoperti ventisei grammi di cocaina. Quell’involucro lo ha confezionato la madre di un detenuto. Una pensionata di 74 anni che è stata immediatamente arrestata dai poliziotti di Torre Annunziata. E se da un lato l’ennesimo episodio di cronaca celebra il lavoro zelante degli uomini in divisa, dall’altro però racconta una realtà preoccupante, drammatica. Le carceri italiane non sono più impenetrabili fortini di giustizia come hanno provato a farci credere in questi anni. Anzi. Le falle nel sistema sono tante, troppe. E sono dovute  ad una miriade di ragioni diverse: dall’assenza di personale alla capacità corruttiva esercitata sugli operatori “infedeli”, passando per il sovraffollamento che rende più complesso il lavoro di chi deve gestire l’ordine dietro le sbarre. Un mix di elementi capace di dar vita a un’emergenza da troppi ignorata, soprattutto dalla politica.

I casi choc 

Le prime crepe erano venute fuori l’anno scorso. Quando un’inchiesta sulla ‘ndrangheta aveva accertato che il carcere di Cosenza era diventato il “Grand Hotel” dei boss calabresi. Cellulari, pizzini, droga, alcolici: sono alcuni dei comfort garantiti ai detenuti per mafia legati alle ‘ndrine vincenti. Le indagini coordinate dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri hanno dimostrato che la droga entrava in carcere nascosta all’interno di alcune palline da tennis. Un boss di Torre Annunziata legato al clan Gionta, invece, è stato trasferito ed è a processo con l’accusa di aver messo in piedi una vera e propria piazza di spaccio all’interno del carcere di Salerno. Lo stesso penitenziario nel quale è stata arrestata una donna che nascondeva nella biancheria intima alcune dosi destinate al suo compagno. E non è finita qui. Il caso di cronaca più eclatante è avvenuto a fine novembre del 2019 e riguarda il boss Giuseppe Gallo di Boscotrecase. Peppe ‘o pazzo, questo il soprannome del padrino, nonostante fosse recluso da tempo al regime del 41 bis nel carcere di Parma, aveva nella sua cella videosorvegliata la bellezza di 3 telefoni di ultima generazione. Smartphone che all’occorrenza gli avrebbero concesso persino la possibilità di navigare su internet e “chattare” con affiliati e soldati della sua cosca specializzata nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Sul caso è in corso un’indagine e non si esclude che il capoclan avesse corrotto qualche dipendente per riuscire a portare in cella i telefonini. Nei giorni scorsi l’ultimo caso: l’arresto di un secondino infedele del carcere di L’Aquila. Un agente originario di Ottaviano che avrebbe svolto il ruolo di messaggero del clan per conto del super boss Antonio Lo Russo, all’epoca detenuto al regime del carcere duro nel penitenziario abruzzese. Secondo i dati ufficiali della polizia penitenziaria sarebbero stati trovati in carcere qualcosa come 800 telefoni e circa 11 chili di sostanze stupefacenti.

Il sovraffollamento

Numeri drammatici ai quali si sommano altre cifre altrettanto preoccupanti: quelle relative al sovraffollamento dei penitenziari italiani. Al 30 giugno 2019, secondo i numeri raccolti da Antigone, i detenuti nelle 190 carceri italiane erano 60.522. Negli ultimi sei mesi sono cresciuti di 867 unità e di 1.763 nell’ultimo anno. «Se questa progressione dovesse essere rispettata, nel giro di quattro anni ci troveremmo nella stessa situazione che produsse la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti Umani nel 2013», spiega il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Il tasso di sovraffollamento è pari al 119,8%, il più alto nell’area Ue, seguito da quello in Ungheria e Francia. A Como, Brescia, Larino, Taranto il tasso di affollamento è del 200%, ossia vivono due detenuti dove c’è posto per uno. Tutto questo significa spazi inadeguati: nel 44% delle carceri visitate non tutte le celle sono aperte almeno 8 ore al giorno, come prevede la legge, e nel 31% dei casi i detenuti non possono mai muoversi in autonomia. Dati che in questi anni sono costate diverse condanne allo Stato per le condizioni disumane a cui sono sottoposti i detenuti.