Ci sono lager in Cina, gli Uiguri come gli ebrei

Redazione,  

Ci sono lager in Cina, gli Uiguri come gli ebrei

Circa ottant’anni fa si viveva il dramma della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale milioni di ebrei, omosessuali, zingari, slavi, oppositori politici, devianti in genere furono separati dalle proprie famiglie, deportati all’interno dei campi di concentramento e qui obbligati a lavori forzati, torturati, uccisi. Milioni di persone hanno dovuto dire addio alla propria famiglia, alla scuola, al lavoro e alla normalità della loro vita precedente, per rispondere alla finalità del regime di liberare la società dagli elementi  diversi, verso un ipotetico mondo purificato da ogni imperfezione, per la creazione dell’uomo nuovo di razza pura che avrebbe potuto riscrivere la storia.

Grazie all’intervento delle truppe alleate, l’incubo ha avuto fine e alcuni dei sopravvissuti sono stati in grado di riprendere in mano la propria vita e hanno avuto la forza di raccontare e di testimoniare; ma talvolta, distrutti dall’esperienza vissuta, hanno deciso di porre fine ai propri giorni. Questa storia recente avrebbe dovuto essere di insegnamento per tutti;  ma purtroppo essa sembra essere stata anche spunto di ispirazione per far rivivere le violenze fisiche e psicologiche a nuove vittime. Infatti, una diciassettenne americana di nome Feroza Aziz ha denunciato la presenza di nuovi “lager” in Cina, riportando le informazioni necessarie attraverso un social network molto diffuso tra i teenagers, chiamato “Tik Tok”, di invenzione orientale, di cui tuttavia gli stessi inventori non possono usufruire per le rigide regole del governo cinese.

Attraverso un finto tutorial di make-up, Feroza ha denunciato i campi in cui vengono rinchiusi gli Uiguri (una minoranza etnica turcofona di religione islamica dello Xinjiang, regione autonoma della Cina), i Kazaki (un gruppo etnico di origine turca dell’Asia Minore) e altre minoranze musulmane, come punizione per il contatto con parenti all’estero o per l’utilizzo di siti web stranieri oppure per la scelta della barba o ancora per il desiderio di praticare liberamente la propria religione. In questi campi i detenuti diventano vittime di torture e di stupri  per ordine delle autorità cinesi. Inoltre sono costretti a ingerire alcool e carne di maiale con lo scopo di costringere i musulmani ad abiurare l‘Islam e ad elogiare il partito comunista cinese.

L’ International Consortium of Investigative Jornalists  – rete internazionale di cui fanno parte 165 giornalisti investigativi che si occupano di reati transnazionali, corruzione e obbligo dei rappresentanti del potere di rispondere alle loro azioni –  ha ricevuto da alcuni Uiguri esiliati documenti ufficiali a riguardo. Il New York Times, invece, ha rivelato gli ordini del presidente Xi Jinping secondo cui l’unico motto è “Nessuna pietà”. I campi infatti si presentano come luoghi di massima sicurezza da cui i detenuti non hanno via di scampo. Essi possono accumulare “crediti” che testimoniano una positiva trasformazione ideologica e un buon rispetto della disciplina, ma una volta raggiunto uno determinato step di formazione, vengono “educati” in ambito lavorativo. Per di più essi non hanno diritto di sentire o vedere la propria famiglia se non secondo le regole imposte. Tuttavia il governo cinese afferma e sostiene che i campi dello Xinjiang offrono alla minoranza uigura istruzione e formazione volontaria contro l’estremismo e che quanto viene detto è solo frutto di fake news, anche se le testimonianze affermano il contrario.  L’umanità, per quanto possa illudersi di aver compiuto passi in avanti, rimane bloccata in visioni retrogade che la riportano a compiere gli stessi errori, emarginando chi è “diverso” e promuovendo la violenza.

Carmela Pucillo, Rosaria Passeri

Liceo Pitagora-Croce – Torre Annunziata