Ottant’anni di negazionismo La corrente cieca avvelena

Redazione,  

Ottant’anni di negazionismo La corrente cieca avvelena

Una vecchia e odiosa corrente sgomita ancora nella nostra epoca. Semina odio, alimenta il rancore, coltiva l’intolleranza e la discriminazione; soprattutto, dà voce ai nazisti di oggi. Il negazionismo stenta a morire e mina una memoria sempre più flebile. Per definizione, è un fenomeno incluso nel revisionismo che mira alla reinterpretazione e alla rielaborazione degli eventi storici in maniera alternativa rispetto a quella ufficiale.

Il negazionismo, però, non si limita a una semplice revisione degli avvenimenti passati,  bensì ne nega addirittura l’esistenza. Nel caso del nazismo e dei campi di concentramento i negazionisti giungono a sostenere la tesi folle che la Germania del Reich non abbia determinato lo sterminio degli ebrei nei lager. Anzi, ritengono che l’intenzione genocida dello stato nazista sia una truffa mediatica, che gli stessi campi di concentramento siano soltanto un’invenzione e che non si sia mai ricorso all’uso di camere a gas e forni crematori che, invece, sarebbero serviti solo alla disinfestazione dei vestiti dei prigionieri di guerra per evitare il contagio di malattie. Alcuni mettono in discussione il numero delle vittime ad Auschwitz e in tutti gli altri campi di sterminio: gli ebrei morti nei lager non sarebbero stati 6 milioni ma al massimo poche migliaia. Sostengono, poi, che le «poche» vittime furono tali per cause naturali o, nel peggiore dei casi, colpevoli di atti criminali e quindi giustiziate dalle autorità naziste.

Gli Alleati avrebbero ingigantito i contorni dell’Olocausto con lo scopo di giustificare il loro intervento militare e nascondere crimini che sarebbero stati commessi dalle stesse forze anglo-americane. Il negazionismo arriva a sostenere spudoratamente che persino il diario di Anna Frank sia un falso storico; una filosofia di pensiero purtroppo accreditata anche da luminari. Nel 1979, un professore di letteratura francese dell’università di Lione, Robert Faurisson, dedicò il suo tempo a «smontare» il diario stesso, fino a sostenere «l’impossibilità tecnica di costruire camere a gas». Tra le più clamorose tesi negazioniste alimentate negli anni c’è quella sostenuta da Paul Rassinier, un ex deportato politico nel campo di Buchenwald nei pressi di Weimer, in Germania. In un suo libro scritto nel 1950 dal titolo «Le Mensonge d’Ulysse» definì la Shoah una «menzogna storica» portata avanti dagli Alleati a danno dei Tedeschi. E il negazionismo, diffusosi purtroppo in tutto il mondo, ha contaminato anche l’Italia.

Il prof. Franco Damiani, docente di materie letterarie nella scuola superiore, è stato più volte protagonista delle cronache a causa delle sue affermazioni ispirate da tale fenomeno. Nel 2010, il docente Claudio Moffa, ordinario presso la facoltà di scienze politiche dell’università di Teramo, durante le sue lezioni ha sostenuto che non ci sarebbe mai stato alcun documento di Hitler nel quale si sarebbe ordinato lo sterminio degli Ebrei. L’onda del negazionismo è arrivata anche ai giorni nostri. Nel 2013, Roberto Valvo, professore di storia dell’arte in un liceo artistico di Roma, è stato denunciato per aver definito l’olocausto una «montatura cinematografica», mentre tra gli studenti che ascoltavano in aula c’era una nipote di due sopravvissuti ai campi di concentramento. L’elenco della corrente «cieca», purtroppo, è lunghissimo e ancora oggi altri nomi si aggiungono drammaticamente alla lista. Ogni giorno che passa il negazionismo diventa più pericoloso e fa proseliti tra i movimenti politici neonazisti, agevolato dal fatto che diminuiscono via via le testimonianze dirette dei sopravvissuti.

Così, la corrente «cieca» minaccia seriamente la formazione delle future generazioni sul tema dell’Olocausto, rischia di sterilizzare la memoria che invece va coltivata e nutrita con ancora più forza e determinazione, come anticorpo alla malattia dell’odio e dell’intolleranza. Sarebbe utile a tale scopo suggerire a tutte le scuole una visita ai campi di sterminio almeno una volta nel corso del ciclo di studi, così da far toccare con mano ai giovani l’orrore dell’Olocausto. Questo, non tanto per esercizio di istruzione, quanto per l’assoluta necessità di ricordare ciò che è accaduto, affinché la storia non si ripeta con i suoi spietati e drammatici eventi. Che a noi giovani possa perciò fare da guida la famosa locuzione latina di Cicerone: «Historia magistra vitae». La storia è maestra di vita.

Asia Schettino

Liceo Pitagora-Croce – Torre Annunziata