Ian Curtis e il disagio del successo: la profezia di “Closer” 40 anni dopo

Ian Curtis e il disagio del successo: la profezia di “Closer” 40 anni dopo

Il ritorno dei Linea 77, furore punk e contaminazione hip hop

Rocco Traisci

Il quarantennale di Closer è un pretesto. Ciò che ci separa dalla sua pubblicazione nel 1980 è la figura di Ian Curtis, l’antidivo rock per eccellenza, morto suicida a 24 anni per impiccagione in una casa di Macclesfield nel maggio dello stesso anno. “Closer” non è solo il disco postumo dei Joy Division, ma il testamento di Curtis di un agitatore inconsapevole, un attore protagonista che sfuggiva ai riflettori non solo a causa della sua malattia. Dopo trent’anni è una delle figure più rilevanti della letteratura del rock mondiale, profeta di un malessere generazionale che travolse i figli della middle class inglese, insofferenti alla velocità della vita, ai suoi miraggi di successo e al culto della personalità. Una storia di vita più che la biografia di una rockstar, dove i pilastri restano ancora in piedi a futura memoria e raccontano di un ragazzo tormentato dal disagio di essere inadeguato alla sua fama. Closer è un disco allucinante, con trame di spleen indimenticabili e quel labile confine tra rozzo punk situazionista e atmosfere crepuscolari degne della più sopraffina gothic-dark music. Con Ian Curtis morirono anche i Joy Division, punto di riferimento degli anni ottanta e novanta. Gli U2 dedicarono a Curtis la canzone A Day Without Me dal loro primo album Boy, che venne pubblicato di lì a pochi mesi, esattamente il 20 ottobre 1980, mentre i Cure dedicarono al cantante il primo brano del loro terzo album Faith, il cui titolo è The Holy Hour. Sofferente di epilessia fotosensibile, la malattia era diventata un peso insostenibile e fu per questo che intorno ai vent’anni Curtis iniziò a soffrire anche di depressione cronica, che lo portò al suicidio. Closer è l’annuncio di questa fine. Il disco si apre con “Atrocity Exhibition”, un tappeto macabro e crepuscolare, “Isolation” prelude ai New Order, in “Passover” ipnosi e alienazione emergono come schizzi di vapore dal sottosuolo, mentre “Colony” è il muro che Ian Curtis costruisce intorno ai suoi presagi. Ci sono poi perle intramontabili come “Heart And Soul”, “The Eternal” “Decades”, un disco che è requiem e romanzo di formazione, un espediente per accettare il richiamo della morte, che non è più una possibilità della vita ma una soluzione obbligata. Senza farsi troppo del male.