L’Antistato processò il killer di Matilde. Quei 5 giorni di rabbia a palazzo Fienga

Redazione,  

L’Antistato processò il killer di Matilde. Quei 5 giorni di rabbia a palazzo Fienga

Il pentito che è seduto davanti agli investigatori racconta, cita, si ferma, riparte, si sofferma, annuisce. Man mano le sue parole hanno l’effetto del vento che soffia diradando la coltre e pian piano si delineano gli eventi che si susseguirono a Torre Annunziata nei terribili giorni del 2004. E’ il 26 marzo, Matilde Sorrentino è riversa in un lago di sangue sull’uscio della sua abitazione al secondo piano di una palazzina popolare di via Melito nella zona sud della città.

Ha il volto sfigurato dal piombo e accanto a lei si disperano suo marito e suo figlio. Il primo ha sentito sua moglie aprire la porta all’assassino, il secondo ha incrociato il killer tra le scale prima di scoprire l’esecuzione della donna che l’aveva difeso dai pedofili del rione Poverelli. Matilde Sorrentino era un obiettivo sensibile, forse lo Stato non aveva fatto abbastanza per tutelarla.

Lei si portava sulle spalle il peso del processo agli orchi istruito anni prima e qualcuno aveva atteso il momento migliore per eliminarla eseguendo una punizione esemplare. Fin qui, tutto quello che i cronisti riuscirono a raccontare già in quelle ore concitate. Ciò che emerge invece dalle parole di Giuseppe Sentiero non era mai stato detto. In quelle ore, secondo il pentito, l’Antistato si mosse per fare giustizia secondo la legge criminale. «Hanno ucciso una donna».

O meglio, «Hanno ucciso la donna che denunciò i pedofili». La notizia arriva così nel cortile di Palazzo Fienga, la roccaforte del clan Gionta. Al secondo piano, il secondogenito del padrino, Pasquale Gionta, ha il suo quartier generale ed è sostenuto dai colonnelli della cosca. In quelle stanze decide la vita e la morte degli avversari e quella sera discute di un omicidio che non era stato autorizzato. Per i Gionta l’omicidio di Matilde Sorrentino è un «guaio» e per questo il clan istruisce  immediatamente il suo processo.

La corte del crimine si organizza, la giuria si armata fino ai denti, manca solo l’imputato. Da Palazzo Fienga, così come racconta il pentito, l’indagine dell’Antistato mette in fila gli indizi con la stessa velocità degli investigatori. Quando c’è un omicidio, i clan  hanno sempre indizi concreti: conoscono i killer, conoscono i nascondigli, conoscono i fiancheggiatori. I propri e pure quelli degli avversari. La pista porta ad Alfredo Gallo, il ragazzo che qualche anno prima, quando aveva 17 anni, aveva già partecipato al massacro dell’imprenditore Andrea Marchese, ucciso durante un tentativo di rapina.

Il tribunale della camorra ordina di setacciare la città e le aree limitrofe per stanarlo. Dopo la prima notte, l’assassino di Matilde capisce di essere braccato due volte. Dallo Stato e soprattutto dalla camorra. La sua famiglia prova a nasconderlo, ma nessun posto sarebbe sicuro. Stando al racconto di Sentiero, che prima ancora che gli investigatori ricostruiscano l’intera vicenda con esattezza, il killer di mamma Matilde rischia di finire davanti alla corte del crimine, imputato per «omicidio infame» e per «intralcio agli affari illeciti del clan».

Del resto, i caveau della droga sono pieni, le piazze dello spaccio pronte a macinare euro ogni sera, ma le sirene di polizia e carabinieri sono un intralcio. Alfredo Gallo non può sfuggire alla rabbia dei Gionta. Il suo destino è segnato, la condanna, come racconta il pentito, è perentoria. «Doveva morire».

I Gionta lo braccano, arrivano a un passo dalla cattura ed è in quel momento che il killer decide di arrendersi allo Stato. E’ il 29 marzo, la sua famiglia, che intanto è stata ascoltata in procura, nomina un avvocato con la missione di trattare la resa anche perché il figlio della vittima lo ha riconosciuto sul libro delle foto segnaletiche. La città nel frattempo segue attonita i funerali, commossa dalle lacrime della famiglia.

I parroci chiedono ai responsabili di pentirsi, il sicario resta in fuga dalla camorra e dallo Stato ancora per quale ora, fino alle undici del 30 marzo. Beffa i killer di Gionta e prova a beffare anche gli investigatori. Dice: «Non sono stato io. Io le donne non le tocco, sarebbe un’infamità. Come uccidere un bambino». Il prosieguo della storia dirà ben altro.