Tiziano Valle

Rapicano tra clan e Dda. Un summit di camorra prima di pentirsi

Tiziano Valle,  

Rapicano tra clan e Dda. Un summit di camorra prima di pentirsi

Il pentimento di Pasquale Rapicano è stato un travaglio. Il killer del clan D’Alessandro, condannato all’ergastolo in secondo grado per l’omicidio di Pietro Scelzo, ha cominciato a collaborare ufficialmente con la giustizia lo scorso 20 gennaio, ma i suoi contatti con gli investigatori risalgono a inizio dicembre, circa un mese e mezzo prima. Proprio in quei giorni in cui cominciava a parlare con le forze dell’ordine, forse per comprendere i margini di una sua collaborazione con la giustizia, Rapicano incontrò anche alcuni esponenti del clan D’Alessandro. Una situazione quantomeno ambigua, che è alla base del nuovo ordine di carcerazione emesso dalla quinta sezione della Corte d’Assise d’Appello nei confronti del killer del rione Capo Rivo.

Le anomalie

E’ proprio dal provvedimento eseguito dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, nei confronti di Pasquale Rapicano, che si può ricostruire quanto accaduto negli ultimi due mesi. Il 2 dicembre e il 4 dicembre 2019 vengono inviate due informative alla Procura Antimafia. Entrambe raccontano della possibilità che il killer del clan D’Alessandro possa decidere di collaborare con la giustizia. Una possibilità che gli investigatori ricollegano alla sentenza all’ergastolo incassata da Rapicano,per l’omicidio di Pietro Scelzo. Il 28 novembre 2019 la Corte d’Assise d’Appello l’ha riconosciuto colpevole di aver ucciso il pusher di Vico Pace. Un delitto commesso nel novembre 2007. A incastrare Rapicano sono le rivelazioni del pentito Renato Cavaliere, che ha ricostruito nel dettaglio quell’omicidio, collegandolo alla guerra tra Scanzano e il gruppo degli scissionisti guidato da Michele Omobono e Massimo Scarpa. Cavaliere ha raccontato anche particolari inediti, che hanno permesso di iscrivere nel registro degli indagati a piede libero: Vincenzo Ingenito, cognato di Luigi D’Alessandro, e Antonino Esposito Sansone. La sentenza all’ergastolo, pur non essendo definitiva, mette Rapicano spalle al muro, e forse – come si evince anche dalle due informative citate nell’ultimo provvedimento – spinge il killer a valutare una possibile collaborazione con la giustizia. Una decisione che non arriva subito e anzi, forse qualcuno prova a fermare sul nascere. Sempre il 4 dicembre 2019, infatti, le forze dell’ordine inviano un’altra informativa alla Procura Antimafia, dal tenore decisamente diverso rispetto alle prime. Stavolta infatti si racconta di un incontro tra Pasquale Rapicano con soggetti «con ruolo apicale al clan D’Alessandro». Un vero e proprio summit di camorra secondo gli investigatori che dopo i primi contatti avevano cominciato a monitorare tutti gli spostamenti del killer della cosca di Scanzano.

Il fatto che Rapicano frequentasse altri affiliati al clan non è una novità, ma che decidesse di farlo proprio nei giorni in cui aveva cominciato ad avere contatti per una possibile collaborazione con la giustizia fa allarmare la Procura Antimafia. Che invia una richiesta d’arresto alla Corte d’Assise d’Appello. Da un lato c’è il timore che Rapicano potesse concordare con i D’Alessandro una latitanza per sfuggire alla galera, dall’altro il fatto che il clan potesse fermare sul nascere una possibile collaborazione con la giustizia. Passa oltre un mese e Rapicano è sempre un osservato speciale, che viene monitorato giorno e notte dalle forze dell’ordine. Gli investigatori non lo perdono di vista nemmeno per un istante, proprio per cercare di comprendere le sue mosse. Fino al 13 gennaio 2020. Quella sera i carabinieri della compagnia di Castellammare di Stabia lo sorprendono mentre sta girando per le strade del centro antico. Decidono di perquisirlo e gli trovano addosso una pistola con il colpo in canna.

Cosa avesse in mente è un mistero che resiste tuttora. Sta di fatto che dopo averlo braccato, gli investigatori estendono i controlli anche alla sua abitazione e lì viene trovata un’altra pistola, nascosta nel sottoscala. Probabile che sia stato proprio Rapicano a indicare il nascondiglio dell’arma. Da quel momento passano altri otto giorni, prima che le forze dell’ordine organizzino il trasferimento in località protetta dei suoi familiari. E’ il segno che Pasquale Rapicano ha deciso di collaborare con la giustizia, stavolta per davvero. Cosa abbia raccontato il killer del clan D’Alessandro all’Antimafia ovviamente è coperto dal segreto istruttorio, ma il fatto che la Procura abbia chiesto l’arresto di Rapicano in attesa di riscontrare le sue rivelazioni apre a una doppia chiave di lettura: il killer ha raccontato cose di tale rilevanza che meritano un lungo lavoro investigativo e quindi oggi non è ancora possibile stabilire la veridicità del suo pentimento oppure finora ha detto poco e dalla sua collaborazione gli 007 si aspettano molto di più. Una risposta arriverà solo nei prossimi mesi. Rapicano ha tempo fino a luglio per dire tutto ciò che sa e in questo periodo dovrà stare in cella, in isolamento, così come chiesto dall’Antimafia.