Fiore: «Presi Zico grazie a Pertini»

Rocco Traisci,  

Fiore: «Presi Zico grazie a Pertini»

Prendere Zico è sempre stato un suo pallino. Ci provò nell’anno della disfatta brasiliana al mundial ’82, ci riuscì l’anno successivo, portando il più forte calciatore del mondo all’Udinese. Salvatore Fiore, ex direttore sportivo di Udinese, Monza e Avellino (nell’anno in cui i lupi vinsero la finale per la B contro il Napoli), oggi è il trade union tra il gruppo Gabetti e la Figc per rimettere in vita gli stadi, illuminarli e trasformarli in incubatori sociali. L’idea arriva da uno dei colossi del settore casa, attraverso Ferdinando Elefante, 47 anni, relationship manager del gruppo, salernitano di Angri, un passato da calciatore con la squadra della sua città che oggi vuole contribuire a rilanciare anche attraverso un restyling dello stadio Novi. Il prossimo 27 febbraio presenterà il progetto al convegno sul new deal immobiliare all’Ance di Milano. Cosa c’entra Zico con gli stadi italiani?

C’entra che l’ex stadio Friuli fece 26mila abbonamenti nell’83, quando finalmente Fiore – angrese come Elefante – tornò da Rio de Janeiro con la firma sul contratto. Per riempire gli stadi servono i fuoriclasse.

«Ne sono ancora convinto, ma i campioni costano e bisogna creare ricchezza. Zico cambiò la mentalità del calcio italiano, provai a prenderlo anche nell’82, quando il più forte Brasile di sempre fu eliminato dall’Italia di Paolo Rossi – ricorda Fiore – chiaramente Zico ci costò meno del previsto, visto che dopo l’eliminazione era rimasto al Flamengo».

Prezzo comodo, sei miliardi.

Non per la Figc di Sordillo, però, che nel giugno ’83 impose il blocco immediato dei trasferimenti per i giocatori stranieri; sei miliardi dell’epoca erano troppi per una società di medio cabotaggio, ma c’è chi addirittura ipotizzò motivi politici, perché il nuovo presidente dell’Udinese, Lamberto Mazza, patron della Zanussi, poteva permettersi questo e altro e infatti, lo stesso anno, prese anche Edinho (altro brasiliano mundial) e Pietro Paolo Virdis.

Fiore e Mazza presentarono ricorso contro Sordillo e lo vinsero. Anche perché i tifosi bianconeri intanto erano scesi in piazza XX Settembre contro la Figc al coro di “O Zico o Austria!”. Anche il Presidente Pertini tifò per Zico in Italia, dove intanto giocavano Platinì e Boniek e presto sarebbero arrivati Rummenigge e Maradona. Gli stadi diventarono templi e sette anni dopo l’Italia riuscì a vincere la candidatura come sede della fase finale dei Mondiali.

In realtà Fiore non ama il passato, tanto meno vantarsi delle sue prestigiose scoperte. Ma una, in particolare, resta indimenticabile. «Quando diventai direttore sportivo del Monza rimasi colpito da un francese che giocava nel Marsala.

Si chiamava Evrà, lo prese il Manchester e vinse tutto con la nazionale francese».

E’ lo stesso Elefante a ricordare altri aneddoti: «Salvatore segnalò anche Lalas al Padova, il primo difensore americano a giocare in Italia e che fu la rivelazione del torneo. Ma anche io ho un passato di talent scout. Portai Vicentin del Rosario Central all’Angri, la squadra della mia città. Certo non era Zico ma giocò in una decina di squadre facendo tanti gol nelle serie minori».

La passione per il calcio va oltre la categoria. Da una decina di anni i botteghini registrano variabili impazzite anche tra i dilettanti, che spesso fanno più presenze delle gare di B. Contrariamente a quanto si pensa, la gente ama ancora gli stadi. Basta analizzare la media spettatori di nobili decadute come Palermo, Bari, Cesena e Foggia, che – nonostante il crollo in serie C e D – portano nei loro stadi quasi centomila spettatori. Un dato confortante che tuttavia non produce risorse per gli altri. Le piccole società, alle prese con la patata bollente dell’ordine pubblico e dell’inagibilità degli impianti, si vedono costrette a giocare a porte chiuse, rinunciando agli incassi salva bilancio.

Per questo, Gabetti, storico brand del settore immobiliare, ha deciso di scendere in campo con il progetto “Gabetti calcio”. Affidato a chi lo sport più amato dagli italiani lo conosce davvero e anzi ne ha cambiato la storia, a Udine, oltre trent’anni fa.