Il killer del veterinario: «Ora chiedo perdono alla famiglia Cannavacciuolo»

Elena Pontoriero,  

Il killer del veterinario: «Ora chiedo perdono alla famiglia Cannavacciuolo»

«Chiedo perdono alla famiglia di Carlo Cannavacciuolo». Questo il messaggio di Ciro Afeltra, complice dell’omicidio del veterinario di Santa Maria la Carità. Una rapina che finì in tragedia nella notte del 4 novembre del 2011. A distanza di nove anni Ciro Afeltra è ritornato a Pimonte, con un permesso speciale dal carcere di Pisa dove è detenuto. Dovrà scontare l’ergastolo e in cella Ciro Afeltra ha avuto tempo per pensare a quella notte. Alla vita spezzata di un giovane di 27 anni che cercando di proteggere l’allora fidanzata è stato ucciso senza pietà. Ciro Afeltra non ha materialmente premuto il grilletto, ma era lì quando il complice lo ha fatto. Era lì quando Carlo Cannavacciulo è stato colpito a morte. Un omicidio atroce che ha scosso, forse, la coscienza di Ciro Afeltra che, due anni fa, aveva scritto di suo pugno una lettera a Metropolis, rivolgendosi ai giovani e suggerendo loro di stare alla larga dalla strada intrapresa da lui. Rimorsi, i tanti, che ancora adesso gli fanno compagnia nella cella del carcere di Pisa, dove da alcuni mesi è stato trasferito Ciro Afeltra, rimasto comunque in contatto con il suo padre spirituale, don Gennaro Giordano. Più dura la posizione di Violanto “Nandino” Petrucci, autore materiale dell’omicidio di Carlo Cannavacciuolo e deciso a restare in silenzio. Nessun segno di pentimento da parte del killer condannato all’ergastolo. Diversamente per Ciro Afeltra le sbarre sono state motivo di riflessione dove a fare ingresso è stata la parola di fede portata da don Gennaro Giordano, oggi parroco della chiesa di Sant’Agostino di Castellammare di Stabia. Al prete il detenuto ha affidato le sue paure, gli incubi ma soprattutto il messaggio di richiesta di perdono da destinare alla famiglia di Carlo Cannavacciuolo. Non si giustifica Ciro Afeltra, ha sbagliato e deve pagare. Un messaggio che forse è diretto anche al proprio figlio di cui ha perso la patria podestà. Quella sera di nove anni fa, Ciro e Violanto avevano deciso di mettere a segno una rapina che sarebbe servita per recuperare liquidità e investirla in droga. Una dipendenza che aveva già messo nei guai sia Ciro Afeltra che Violanto Petrucci. Un tram- polino di lancio per entrare a pieno titolo nella criminalità organizzata. Un boato, le urla, il silenzio, una vita spezzata. Si chiamava Carlo Cannavacciuolo, aveva 27 anni, amava gli animali, tanto che aveva studiato per poterli curare. Nel giorno del suo onomastico è stato ucciso, nella strada centrale di Santa Maria la Carità che oggi porta il suo nome. Il colpo mortale, esploso quella notte del 4 novembre del 2011, ha due nomi: Violanto Petrucci e Ciro Afeltra. Armati e con il volto coperto si avvicinarono a una vettura in sosta. Lo avevano fatto tante volte, perché le loro prede erano soprattutto le coppiette. La reazione di Carlo Cannavacciuolo cambiò tutti i piani e, purtroppo, costò la vita al giovane veterinario. Carlo cercò di difendere la fidanzata che era con lui in auto, e uno dei due sparò. L’omicidio destò grande clamore, e immediatamente fu chiaro che era opera di mani inesperte. Infatti pochi giorni dopo, il 10 novembre, le indagini dei carabinieri portarono all’arresto di due “balordi”. Violanto Petrucci e Ciro Afeltra, giovani anche loro, ma un’esistenza molto diversa da quella di Carlo. La vicenda investigativa ebbe un’evoluzione rapida quanto gli arresti: in meno di un mese furono trovate anche le armi, compresa quella da cui era partito il colpo fatale. Al processo, in primo grado, il verdetto del giudice fu pesantissimo, nonostante la scelta del rito abbreviato: fine pena mai per entrambi. Verdetto poi confermato, sia in Appello che in Cassazione.