Torre Annunziata. Nel covo dei Gionta la firma della camorra: «Palazzo Fienga Regna»

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata. Nel covo dei Gionta la firma della camorra: «Palazzo Fienga Regna»

Dopo cinque anni dal sequestro del fortino di via Bertone le forze dell’ordine entrano nel palazzo Fienga. Silenzio, polvere, sterpaglie e carcasse di animali. Intonaco e residui di uno sfratto che in un solo giorno allontanò dal bunker i gregari del clan e i loro familiari. Era il 15 gennaio del 2015. Ieri, il portone di ferro ormai arrugginito è stato riaperto. Basta varcare l’ingresso per capire che qualcuno, nonostante il palazzo sia stato murato, continua ad entrare ed uscire indisturbato. Sui muri ci sono scritte che non c’erano prima. Una salta particolarmente all’occhio e recita «Palazzo Fienga regna» sotto una sigla «V.G.» e subito la mente va proprio a Valentino Gionta, il fondatore della cosca e ai suoi eredi. Qualche metro più avanti, su un altro muro, macchiato con l’inchiostro arancione, spunta un’altra scritta «Paduano c’è» altro cognome della famiglia dei Gionta. Sono le firme di chi nel palazzo continua ad entrarci, senza paura. E non si tratta di fantasmi. La conferma arriva anche dai varchi aperti: sette per la precisione tra il primo e il secondo piano. Alcuni appartamenti murati sono stati sventrati, le picconate hanno demolito anche il varco che impediva l’accesso al primo piano. Chi accede al palazzo lo fa tranquillamente. Ecco perchè bisogna fare presto, ecco perché bisogna recuperare l’immobile e ridarlo alla città impedendo al crimine di continuare a metterci le mani. Le scritte sono un segnale, i varchi anche e la camorra quel palazzo non vuole assolutamente mollarlo. Qualche anno fa, dopo la chiusura i poliziotti  furono attirati da un varco aperto: all’interno in un cunicolo che conduceva ad un appartamento al primo piano trovarono un borsone con all’interno divise di un istituto di vigilanza, passamontagna e marijuana. Ieri mattina un sopralluogo degli 007, carabinieri, polizia e finanza, assieme ai vertici del Comune, per confrontarsi sul progetto stilato dal Comune grazie alla determinazione dell’assessore al patrimonio Emanuela Cirillo che sta curando l’iter dei beni confiscati alla criminalità. Un giro nel cortile, poi nel granaio: i segni del tempo hanno cancellato ormai parte della struttura dove un tempo si decidevano gli omicidi, la fabbrica della morte. Anche la scala che conduce al primo piano, all’abitazione di Gemma Donnarumma sta cadendo a pezzi e salirci diventa pericoloso. Qualche pallone ormai sgonfiato, finito forse oltre il muro durante una partita tra scugnizzi del rione e tra la sterpaglia spunta anche un anello: è una fede e all’interno una scritta ormai sbiadita. Il simbolo dell’amore finito tra i rifiuti, perso forse durante il trasloco e rimasto lì per cinque anni. C’è chi lo nota e lo raccoglie per poi lasciarlo nuovamente lì. Dopo il sopralluogo il portone si chiude, le forze dell’ordine si trasferiscono al Comune per un summit mentre il palazzo ritorna ad essere un simbolo, per ora solo della criminalità, e non ancora della legalità seppur confiscato dallo Stato.

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