Raffaele Schettino

Quelle verità da tacere in una terra di camorra

Raffaele Schettino,  

Qualche giorno fa, durante un incontro a scuola, una studentessa che partecipa al progetto Metropolis Young mi ha chiesto se un giornalista sente addosso la paura di scrivere la verità in questo territorio.

Ci ho riflettuto un attimo e le ho detto di sì. Abbiamo paura, e umanamente saremmo portati a ritrarci indietro. Ma più forte della paura sentiamo l’amore per la nostra terra e il rispetto per la nostra professione, e allora finiamo per combattere a viso aperto, armati di passione ed entusiasmo.

Più che delle minacce, però, fa male l’indifferenza e il silenzio, e qui la camorra e la prepotenza non c’entrano. Qui c’entra l’atteggiamento dei cittadini, anche quelli perbene.

L’ignavia delle istituzioni, che finiscono per essere complici. Per usare una metafora, ci sentiamo come si sentirebbe un medico impegnato a diffondere un vaccino in una comunità nella quale ci si continua ad infettarsi scientemente.

Perché questo è quanto accade nella nostra terra, dove è più facile chiudere gli occhi e accettare che tutto vi accada, anziché lottare perché non muoia. Certo, verrebbe voglia di mollare tutto, così come a quel medico verrebbe voglia di dire basta, continuate pure ad ammalarvi e a rischiare di morire, ma per fortuna prevale il buon senso sullo sconforto e sulla rabbia e allora proseguiamo la nostra missione al servizio delle minoranze.

E in fondo il giornalismo è questo. Significa stare accanto a chi non vuole infettarsi, sostenere chi non vuole istituzioni e società corrotte, aiutare chi chiede lavoro e dignità non assistenza e clientele, incoraggiare chi non baratterebbe mai la libertà.

Il giornalismo è al servizio delle imprese sane, degli amministratori trasparenti, delle associazioni coraggiose, di quella parte sana del territorio che si batte affinché ci sia un futuro.

Lo striscione contro Metropolis affisso a Casola di Napoli dopo gli articoli che hanno raccontato l’aggressione subita da un arbitro per mano di alcuni tesserati della società locale, tra cui il figlio di un narcos ucciso, non va considerata una “semplice” minaccia criminale, è qualcosa di più subdolo, di più pericoloso, di più preoccupante.

E’ lo specchio di un assoluto degrado culturale, sociale, civico ed anche istituzionale, considerando il silenzio del sindaco e delle istituzioni in generale. L’equazione «Giornalisti=Terroristi» mira a delegittimare, ad additare un nemico, a creare un bersaglio da colpire. Ciò che accadeva negli anni orribili della prima metà del Novecento per soffocare la libertà di stampa e di pensiero e per demolire la democrazia nelle sua fondamenta.

Ciò che purtroppo è accaduto ultimamente anche nelle stanze dei ministeri, con gli insulti dei leader nazionalisti e le battaglie demagogiche dei populisti a caccia di consenso. A Casola di Napoli, ognuno dei circa quattromila abitanti, istituzioni comprese, dovrebbe ringraziare un giornale che ne racconta la vita quotidiana, ne difende le eccellenze e ne denuncia le criticità.

Dovrebbe ribellarsi a chi vuole l’oscurantismo e la coltre del silenzio. Dovrebbe indignarsi davanti all’arroganza di chi vorrebbe imporci il silenzio. Dovrebbe capire che non è colpa di Metropolis se un arbitro viene picchiato dal figlio del narcos e da altri tesserati del Casola Calcio.

Che non è colpa di Metropolis se la nipote del boss Antonino Di Lorenzo è stata nominata vicesindaco con delega alla legalità e trasparenza. Che non è colpa di Metropolis se il figlio 19enne del sindaco è incappato purtroppo in una vicenda giudiziaria per droga. Che non è colpa di Metropolis se esiste un’interrogazione parlamentare scritta per sensibilizzare il ministero ad inviare una commissione d’accesso in municipio.

Noi, semplicemente, raccontiamo i fatti e ovviamente continueremo a farlo nonostante le minacce e gli avvertimenti. Che arrivino dalla camorra, dalle istituzioni, o dagli ultras. Perché è quello che ci ha insegnato Giancarlo Siani, per citare uno dei tanti martiri della libertà di stampa, che per noi non è soltanto un nome inciso su una targa da scoprire tra cerimoniali, sorrisi, flash e fasce tricolori in bella mostra.