Bimba stuprata a Boscoreale, c’è il rischio nessuno paghi per l’orrore

Vincenzo Lamberti,  

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“Gli stupratori di mia figlia sono liberi e agiscono indisturbati per il paese. Lei, invece, per una vergogna che non dovrebbe provare ha deciso di lasciare Pimonte e andare in Germania”. E il mese di giugno del 2017 quando l’avvocato della ragazzina che venne violentata nella capanna riferisce le parole della mamma della vittima. Non ce la fa più a vedere sotto casa, nella piazza del piccolo paese dei Lattari, quei ragazzi che, in 12, l’hanno violentata laddove viene fatto il presepe vivente a Natale. Ha superato il fatto che il sindaco in una brutta intervista televisiva parli di “bambinata” riferito a un crimine efferato. Ha provato a girarsi dall’altra parte quando ha visto uno dei protagonisti di quella violenza sorridere sornione davanti al bar del paese. E’ minorenne, ed è stato messo in prova ai servizi sociali. Lui è anche un rampollo di una storica famiglia di narcos della zona, strettamente legata ai clan che dominano Castellammare e i lattari. Nell’enciclopedia della camorra è quasi “una tacca” da mettere sul percorso di crescita. Non una vergogna per cui si dovrebbe tacere e scomparire. Vergogna, invece, è quella che finiscono per provare le vittime e le loro famiglie. Anche la ragazzina di Gragnano, violentata a Castellammare da tre coetanei (uno di questi era un rampollo del clan D’Alessandro) ha deciso di lasciare la città. Anche in questo caso, come per gli stupratori di Pimonte, dopo la messa in prova il reato è stato cancellato. E’ la legge a prevedere che il processo penale minorile abbia un grado diverso di severità. L’istituto di messa alla prova, infatti, dà la possibilità di concedere una possibilità ai minori di 14 anni che si macchino di reati particolarmente gravi, compresa la violenza sessuale. Qualora il giudice ritenga la messa alla prova superata, infatti, il reato viene estinto. Con la messa alla prova, infatti, il minore si sottopone ad attività di pubblica utilità o anche ad altre attività che implichino un percorso psicologico di recupero. Al termine di questo processo, dunque, avviene la valutazione decisiva che può portare all’estinzione del reato. Una valutazione decisamente garantista e in linea con la Carta Costituzionale: ma che lascia anche aperti tanti dubbi. Soprattutto quelli sollevati dalle famiglie delle vittime.  Che convivono con i loro carnefici a cui viene restituita la libertà e che, per questo motivo, possono tornare a vivere una vita normale. Cosa che alle vittime non accade mai.


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