Marittimo di Torre del Greco ridotto in fin di vita per la moto: 17 anni al rampollo dei Gionta

Ciro Formisano,  

Marittimo di Torre del Greco ridotto in fin di vita per la moto: 17 anni al rampollo dei Gionta

Torre del Greco. E’ stato Lugi D’Acunzo, rampollo del clan Gionta e figlio di un ras dei Valentini, a sparare contro il povero Antonio Malinconico, il ragazzo di Torre del Greco vittima di un terribile raid armato organizzato da alcuni baby-rapinatori di Torre Annunziata e Boscoreale il 27 dicembre del 2016. E’ quanto ha stabilito, ieri mattina, il collegio presieduto dal giudice Francesco Todisco del tribunale di Torre Annunziata. D’Acunzo, accusato di tentato omicidio, è stato condannato a diciassette anni di reclusione. Pena superiore persino alla richiesta di condanna formulata, nelle sue conclusioni, dal sostituto procuratore Emilio Prisco (il pm aveva invocato una pena di quindici anni di carcere).

Una sentenza accompagnata da tensioni e polemiche che «fa un po di giustizia», il commento a caldo dei familiari del giovane marittimo di 23 anni. Malinconico è vivo per miracolo. I criminali che volevano rubargli il motorino gli hanno sparato tre colpi di pistola: uno al piede e due al petto. Una «gesto vile», uno «sfregio» per «punire» il fatto di non essersi piegato ai banditi, come ribadito durante la requisitoria dal pubblico ministero.  Il pm ha ripercorso tutte le tappe delle indagini, mettendo insieme i tasselli del mosaico investigativo sfociato nell’esecuzione di diversi provvedimenti cautelari a carico dei protagonisti del raid. Dalle immagini della videosorveglianza dei comuni di Torre del Greco e Torre Annunziata che hanno consentito di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti, fino ai racconti di alcuni componenti del commando armato, composto da sei persone, tra cui diversi minorenni ritenuti legati al clan Gallo-Limelli-Vangone. Secondo la ricostruzione dell’accusa quella sera il gruppo sarebbe partito da Boscoreale e Torre Annunziata con un unico obiettivo: «rubare un ciclomotore».

La «preda» viene intercettata nei pressi di un bar di via Marconi, a Torre del Greco. La vittima, il giovane marittimo, è in compagnia della sua fidanzata in sella ad un Honda Sh nuovo di zecca. Ne nasce un lungo inseguimento. Malinconico prova a difendere la ragazza e non si piega alla richiesta dei banditi. Uno di loro tira fuori una pistola calibro nove. Spara un colpo che colpisce al piede il ragazzo. La vittima prova comunque a resistere. La lunga corsa tra vicoli e stradine si conclude nei pressi di una pizzeria di via Cesare Battisti. Malinconico scende dal motorino e uno dei criminali lo raggiunge. Non vuole più lo scooter. Vuole vendicarsi e basta. Da quella pistola partono due colpi che si conficcano nel petto della vittima. Il giovane viene soccorso d’urgenza e solo grazie al tempestivo intervento dei medici riuscirà a salvarsi la vita. Secondo diversi componenti del folle commando di morte – alcuni dei quali hanno ammesso le proprie responsabilità – a sparare sarebbe stato proprio D’Acunzo. Lo avrebbe confessato lo stesso imputato poco dopo il raid, nel corso di un summit avvenuto in via Gino Alfani, a Torre Annunziata.  E a inchiodare D’Acunzo, figlio di Alessandro detto “gamba di legno”, quest’ultimo ras di largo Pescatori ritenuto vicino ai Gionta, c’è anche la testimonianza della vittima.

Il giovane marittimo, qualche settimana fa, è stato ascoltato in aula. E ha confermato, guardando negli occhi il suo presunto aggressore, che la fisionomia dell’uomo che gli ha sparato coincide con i tratti somatici di D’Acunzo. Un dato importante, rimarcato anche dal pubblico ministero. La difesa, dal canto suo, nel corso del processo ha provato a gettare ombre sulla credibilità dei testimoni che accusano l’imputato. Ma per i giudici non ci sono dubbi. E’ stato D’Acunzo a sparare per uccidere quella sera di tre anni fa.  Una sentenza pesante che in parte smorza la rabbia dei familiari di Antonio Malinconico. I genitori del ragazzo, in questi mesi, hanno più volte ribadito la loro delusione nei confronti del sistema giudiziario italiano. I minorenni imputati per questa vicenda hanno infatti incassato condanne miti e alcuni di loro sono stati persino scarcerati. «Ci sentiamo soli» aveva scritto la mamma di Antonio in una commovente lettera inviata alla nostra redazione a settembre dell’anno scorso. Ieri però la paura ha lasciato spazio a un piccolo sospiro di sollievo, il primo dopo tre anni di lacrime e corse in ospedale. «Un po di giustizia è stata fatta», ripetono in coro pochi istanti dopo la lettura della sentenza.

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