Di Somma: «Dissi no e il Napoli prese Rudy Krol»

Rocco Traisci,  

Di Somma: «Dissi no e il Napoli prese Rudy Krol»

ingaggio della Fiorentina da duecento milioni di lire, mia moglie non l’ha mai saputo”. Salvatore Di Somma, 72 anni, sta all’Avellino come Bruscolotti sta al Napoli. La sua figurina Panini lo ha reso popolare negli anni ’80 quando non c’erano partite in tv, gli highlights si chiamavano “servizi” e duravano un minuto scarso. Il “libero” dell’Avellino si distingueva nei filmati commentati da Luigi Necco per l’autorevolezza della numero 6, il fisico da reggimento corazzieri e la pelata da maturo capitano che dava filo da torcere a tutti.

Pochi se ne ricordano ma lei è stato anche una bandiera del Lecce con 222 presenze, più di Avellino (179).

“Dopo tre stagioni alla Juve Stabia fui mandato a Lecce nel ‘68. Avevo vent’anni, facevo il militare a Galatina e legai molto con Michele Lorusso, anche lui giovanissimo e spaesato come me. Veniva dalla vicina Bari e dividevamo lo stesso appartamento, ma la sera non usciva mai e andava a letto dopo Carosello. Qualche anno dopo è morto in un incidente stradale insieme a Ciro Pezzella. Una storia che mi turba ancora oggi, anche se a Lecce ho passato sette anni fantastici, è la mia terza città del cuore”.

Poi la cessione al Pescara, una parentesi opaca.

“Purtroppo al rientro dalla trasferta di Brescia fui operato d’urgenza per un attacco di appendicite e persi la maglia da titolare”.

Seconda vita a 29 anni, con la chiamata dell’Avellino in serie B.

“Stagione ‘77/’78, arrivammo terzi e fummo promossi in serie A. Non pensavamo di essere forti, ma in squadra c’erano Lombardi, i fratelli Piga, Cattaneo, calciatori di carattere. L’anno successivo Marchesi mi disse chiaro e tondo che non potevo giocare in serie A. Le prime tre giornate furono un disastro, perdemmo 1-0 a San Siro contro il Milan e 3-1 contro la Lazio. Decisi di andare via. Il Lecce mi richiamò e accettai, era tutto pronto per l’addio ma il giovedì, prima della consueta partitella, i tifosi contestarono duramente la cessione. Marchesi si convinse, debuttai contro il Torino e da allora giocai sempre”.

Poi arrivò Vinicio, che trasformò l’Avellino da matricola a squadra ammazza grandi.

“Un signore del calcio, e non solo. Da lui ho imparato a leggere meglio le partite, a fiutare i pericoli e a giocare a testa alta. Il secondo anno presi la fascia da capitano e battemmo il Napoli 3-0 al Partenio, Avellino impazzì, ma ero dispiaciuto”.

Napoli amore clandestino, è vero che ci fu una trattativa?

“E’ vero, fu lo stesso Marchesi a chiamare. Però Avellino mi stava regalando fama, denaro, affetto, futuro. Prevalse la metà di cuore irpino e rifiutai, così Ferlaino prese Krol. Da tifoso azzurro dico che forse è stato meglio così”.

Sua moglie lo sa?

“Sì, perchè non c’erano in ballo gli stessi soldi della Fiorentina”

Sei anni da capitano dell’Avellino, le volevano bene tutti (è attuale ds del club, ndr).

“Il legame con Avellino è umano, sportivo, famigliare, lo sanno tutti, da sempre, da quando giocavo. Eppure a Benevento mi hanno contestato. Da direttore sportivo ho portato i sanniti dalla C alla A, ma non è servito a niente. Dopo 50 anni di calcio ho capito che la riconoscenza vale meno del campanilismo”.

E’ più faticoso comprare giocatori oppure allenarli?

“Allenare stressa, soprattutto quando bisogna salvare situazioni gravi e io ne ho salvate tante, Igea Virtus e Vibonese ad esempio. Non sono mai stato creduto come allenatore”.

Quando ha capito che era meglio a scrivania?

“Subito dopo l’addio al calcio giocato, grazie al presidente Sibilia che mi offrì un ruolo da direttore sportivo: lo ripagai con operazioni importanti”.

Ne ricorda una?

“L’acquisto di Angelo Colombo, il futuro mediano del Milan di Sacchi, a zero lire. Il Monza voleva Boccafresca e facemmo uno scambio. A Benevento pescai Falco dal Pavia, oggi è la stella del Lecce”.

Un aggettivo per Antonio Sibilia.

“Competente, difficilmente si faceva rifilare bidoni. Juary fu una sua scoperta, prese Barbadillo dalla nazionale peruviana, valorizzò De Napoli e grazie al suo uomo di fiducia Franco Landri incassò fior di quattrini con le cessioni di Tacconi, Favero, Limido, Vignola e Alessio alla Juve”.

Terza vita nel 2010 a Castellammare, profeta in patria con la storica promozione in B nel 2010 da diesse.

“Scelsi un gruppo di giocatori mentalmente forti e un tecnico solido come Piero Braglia. E’ stata sicuramente la mia vittoria più bella. Però Avellino, Castellammare o Benevento per un uomo di sport non deve fare differenza. Il nostro mestiere è rendere felice la gente che va allo stadio”.