Il calcio manageriale di Nicola Pannone: «Troppi mediatori»

Gianluca Monti,  

Il calcio manageriale di Nicola Pannone: «Troppi mediatori»

Meno di due settimane fa Nicola Pannone si è dovuto sottoporre ad un intervento delicato al femore dopo gli incidenti di Albanova-Afragolese nei quali – suo malgrado – si è trovato coinvolto. “Ho pagato un eccesso di generosità”, spiega con voce ancora debole. Ha cercato di fare quello che gli riesce meglio da cinquant’anni a questa parte, il direttore. Ha provato ad evitare che gli scontri tra le tifoserie degenerassero e ne ha fatto le spese. Dopo le “nozze d’oro” nel mondo del pallone, verrebbe da chiedergli chi glielo ha fatto fare di cimentarsi ancora in certe categorie.

“Sono tornato a casa, ad Afragola, per chiudere in bellezza e non ho intenzione di mollare finché non ce l’avrò fatta”. Lo spirito è quello combattivo di sempre, l’amarezza per quanto accaduto tantissima ma la lucidità non per questo è minore del solito. Pannone non fa amarcord, analizza con giudizio come il calcio sia cambiato nel corso dei decenni e quindi come necessariamente le figure che ruotano intorno al mondo del pallone siano dovute cambiare: “Per me a fare la differenza, però, è da sempre una sola cosa: l’organizzazione. I campionati si vincono con quella, oltre che con i calciatori bravi”.

I talenti sono in grado di riconoscerli in molti, la capacità di dotare un club di una struttura realmente manageriale – specie nei campionati dilettantistici – è invece qualità di pochi eletti: “Mi piace pensare ed anche sentirmi dire dai diretti interessati che ho formato uomini e dirigenti oltre ad acquistare giocatori di valore.

A Castellammare, per fare un esempio, la base dei successi fu il campo sintetico, che allora era quasi un unicum. Dalla struttura creammo le fondamenta per quelle vittorie ed ancora oggi per me il Menti è casa”. Pannone ha vinto quasi ovunque, ha lavorato ovunque ed ha comprato e lanciato ragazzi che poi hanno fatto strada. “Merito loro, però è inutile nascondersi: prima il livello era molto più alto. La mia Juve Stabia di Serie D o la mia Puteolana sempre in Interregionale potrebbero essere paragonate oggi a squadre di cadetteria”. Nessuna presunzione ma la percezione che qualcosa è mutato. Non c’è più una categoria di passaggio quale la C-2 ed un po’ ovunque ci sono meno soldi, eppure meno ragazzi arrivano in alto partendo dalle categorie inferiori. Un po’ strano, o forse no: “Mi sembra che i giovani abbiano tutti molta meno fame di un tempo. Quando ero alla Puteolana, a campionato vinto dovevamo giocare una gara inutile ai fini della classifica per poi andare a festeggiare a casa del presidente, Giulio Migliaccio volle ugualmente essere presente in quella partita e ci rimise il setto nasale. Però, poi, avete visto dove è arrivato?”.

Calciatori, allenatori, dirigenti: Pannone ne ha conosciuti di più e meno bravi, ogni epoca ha avuto i suoi picchi di eccellenza e le sue difficoltà. Sembra che adesso si stia attraversando un periodo di “oscurantismo” del calcio dilettantistico. “Abbiamo troppi mediatori, direttori, procuratori e quindi si cerca da parte di ciascuna di queste figure di sbarcare il lunario”. Pannone lo dice con eleganza, ma in questo calcio gente come lui fa abbastanza fatica a riconoscersi. “Servirebbero istruttori capaci, vivai curati nei dettagli e formazione a tutti i livelli, cominciando dagli staff tecnici per finire con le figure necessarie ad ogni società”. Insomma, organizzarsi per non “morire”. O, come nel caso di Pannone ad Afragola, per vincere ancora. Nonostante tutto e tutti e nonostante gli imprevisti.