Il giramondo Bordin non ha dimenticato l’urlo del San Paolo

Ciro Troise,  

Il giramondo Bordin non ha dimenticato l’urlo del San Paolo

Roberto Bordin ha indossato la maglia del Napoli dal 1993 al 1997, anno in cui ha vissuto la cavalcata in Coppa Italia fino alla finale persa contro il Vicenza. Gli azzurri in semifinale superarono l’Inter ai rigori dopo una gara molto emozionante.

Sono passati 23 anni ma è ancora viva nella memoria dei tifosi azzurri la semifinale vinta contro l’Inter. Che ricordi hai tu di quella sfida?

«Fu una partita grandiosa, il San Paolo era stracolmo, in campo s’avvertiva tanto la spinta dei tifosi, si tratta di emozioni che il tempo conserva».

Hai qualche momento della partita che ti è rimasto di più impresso nei ricordi?

«Il boato finale, quando capisci che ce l’hai fatta, che hai passato il turno. La tensione era altissima e ricordo la liberazione al boato, abbracciai subito Taglialatela».

Stai seguendo il cammino del Napoli in questa stagione? Quali sono le tue idee sul lavoro di Gattuso? «A me Gattuso piace moltissimo, mi ha convinto anche il lavoro svolto al Milan. È un allenatore preparatissimo e porta in panchina il carattere che aveva in campo, trasmette grinta, disciplina, voglia di lavorare. Contro il Barcellona anche il Napoli ha espresso una grandissima prestazione, peccato per i dettagli che hanno fatto in modo che gli azzurri non portassero a casa la vittoria. Se fossi un tifoso napoletano sarei soddisfatto del lavoro di Gattuso, è un allenatore di sangue, perfetto per il modo in cui è percepito il calcio a Napoli».

Qualche opinionista ha creato l’accostamento tra Demme e Bordin. Ti rivedi un po’ in lui?

«Mi fa piacere quest’accostamento perché Demme è un ottimo giocatore, di personalità, è stato fondamentale per la svolta realizzata dal Napoli. Ero più propenso alla fase di spinta, abbiamo caratteristiche diverse, Demme sa dettare molto bene i tempi alla squadra».

È terminata da circa un mese la tua avventura da allenatore al Neftchi Baku. Ci racconti com’è andata?

«È stata una bellissima esperienza, al primo anno abbiamo combattuto per il titolo con il Qarabag, la squadra da battere anche per gli investimenti compiuti, purtroppo siamo crollati nel finale, il Neftchi Baku da cinque anni non arrivava al secondo posto. In questa stagione abbiamo raggiunto il terzo turno dei preliminari di  Europa League e, quando sono andato via, eravamo secondi a sei punti dal Qarabag. Abbiamo deciso di comune accordo per la risoluzione del contratto, non c’erano più i presupposti per andare avanti».

Dopo tanti anni all’estero, ti piacerebbe allenare in Italia?

«Certamente, si sta bene a casa, vediamo se ci saranno delle opportunità fino a giugno, io qualche anno fa ho allenato la Triestina in serie D. Voglio sottolineare che, però, all’estero ho avuto delle bellissime avventure. Allo Sheriff Tiraspol in Moldavia abbiamo vinto due scudetti, una Coppa nazionale, ci siamo qualificati ai gironi di Europa League battendo il Legia Varsavia ai play-off. Abbiamo sfiorato anche la qualificazione ai sedicesimi, uscimmo per il confronto negli scontri diretti con il Copenaghen».

Cosa porteresti nel calcio italiano di queste avventure?

«Le strutture sono eccezionali, gli stadi sono di proprietà, allo Sheriff Tiraspol avevamo un centro con 20 campi da calcio, una piscina olimpionica, uno studio medico. Penso che questi paesi abbiano solo un problema: le squadre sono poche, anche perché i giocatori di qualità ci sono. In Moldavia fanno il campionato da marzo a novembre, ciò li aiuta anche per i preliminari di Europa League, in Azerbaigian ci sono solo otto squadre».