«Questo virus ci ha insegnato il valore della community reale»

Cecilia Inghilterra,  

«Questo virus ci ha insegnato il valore della community reale»

In questo momento di preoccupazione generale tra noi giovani si animano dibattiti e riflessioni nuove. I pericoli che corriamo, la limitazione delle attività che fino a ieri ci sembravano naturali e, da un paio di giorni, anche le scuole chiuse. All’improvviso abbiamo scoperto di avere paura. Paura di un virus per il quale ancora non esiste un antidoto. Paura d’essere esposti irrimediabilmente al contagio. Persino paura di perdere l’anno scolastico.

A proposito, in questo periodo di vacanze forzate i professori stanno organizzando lezioni via Skype o via chat, ma è un surrogato di vita che francamente non ha sapore. Molti ragazzi sono felici di restare a casa, anzi considerano la sospensione delle lezioni come una manna dal cielo per potersi dedicare al divertimento, molti altri però hanno accettato la decisione a malincuore, e sono convinti che così è più difficile concentrarsi sullo studio.

C’è di più: per tanti giovani, le scuole chiuse stanno aumentando pericolosamente le distanze. Stare insieme ai compagni di classe e ai docenti, ridere, scherzare, scambiarsi emozioni e preoccupazioni, tutto cancellato. E’ come se all’improvviso tutto ciò che era normale è diventato un incubo che ci rende deboli.

E a dirla tutta «grazie» al Covid-19 stiamo capendo quanto è importante la community fatta di carne ed ossa, e quanto invece può essere arida quella digitale.Dal punto di vista sanitario, pur essendo d’accordo con l’esigenza di arginare i contagi, e quindi sulla necessità di chiudere le scuole, restano senza risposta domande legittime. Per esempio: perché chiudere le scuole e non i centri commerciali? Oppure, perché non chiudere anche i locali che frequentiamo di sera? Non sono anche quelli luoghi di contagio? Dal punto di vista economico, invece, questa grande emergenza che in qualche modo ci troviamo a vivere per la prima volta da protagonisti ci spaventa.

Non sappiamo come si rialzerà il nostro Paese dopo aver mandato in fumo milioni di euro nei settori finanziario, turistico e produttivo. E non sappiamo qual’è il prezzo che pagheremo nei prossimi anni.Il dramma è che pur provando a capirci qualcosa, non è semplice farsi un’idea precisa sull’emergenza in tutte le sue sfaccettature.

Un po’ perché il virus è ancora oggetto di studi internazionali da parte di ricercatori e medici, un po’ perché in giro c’è una irresponsabile strumentalizzazione del problema, un po’, ovviamente, per il proliferare delle maledette fake news che inquinano i pozzi del sapere e dell’informazione. Sui social piovono offese ai presunti untori e minacce a chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi, dominano battute ignobili e messaggi fuorvianti lanciati dai falsi profili istituzionali.

Nelle chat, invece, rimbalzano audio assurdi che alimentano le paure e denotano l’ignoranza imbarazzante dell’opinione pubblica sul tema. A noi sembra quasi di essere al centro di un’immensa piazza nella quale tutti urlano e dalla quale tutti tentano di scappare. Un mondo nel quale il caos alimenta la paura e la paura alimenta il caos al punto da perdere i riferimenti e la ragione. Una sensazione strana che ci fa sentire decisamente vulnerabili.

L’unica cosa che adesso ci sembra sensata è contribuire ad arginare il panico, senza lasciarsi andare all’isteria, seguire le norme diffuse dall’Oms per evitare che l’epidemia diventi pandemia, e poi sperare che il virus ci restituisca prima possibile la nostra vita normale. Tra i banchi. Davanti alla lavagna. Nei corridoi e nei cortili delle nostre scuole. Quella vita che già ci manca.

Cecilia Inghilterra

Liceo Severi | Castellammare di Stabia