Ottaviano. La lettera di Denyse, la figlia di Cutolo al padre «Ti prego ascolta i medici»

giosalvati,  

Ottaviano. La lettera di Denyse, la figlia di Cutolo al padre «Ti prego ascolta i medici»

Nelle mani della piccola Denyse, tredici anni appena e un cognome pesantissimo sulle spalle, c’è una lettera scritta a mano su un foglio a righe. E’ indirizzata al suo papà. Una lettera scritta col cuore per raggiungere l’anima di quell’uomo anziano provato da quasi mezzo secolo di carcere. Una lettera che però non verrà mai consegnata a nessuno. I giudici non hanno risposto alla richiesta della sua famiglia. Il padre di quella bambina non è un detenuto come un altro. E’ Raffaele Cutolo, l’ex capo della Nuova Camorra Organizzata. Il protagonista della guerra di camorra contro la Nuova Famiglia tra gli anni ‘70 e ‘80. E così, davanti allo spettro di quell’icona del male, non c’è spazio nemmeno per le parole di una bambina. Parole che oggi la famiglia ripete ad alta voce. Stringendo tra le mani quel pezzo di carta. «Papà ti prego, ascolta quello ti dicono i medici», scrive la piccola Denyse. Un modo per spronare suo padre a sottoporsi alle cure mediche disposte dai camici bianchi dell’ospedale di Parma. Parole che rappresentano l’emblema di un amore profondo, capace anche di superare le distanze. Denyse è nata, in segreto, nel 2007. Del fatto che sua mamma fosse incinta lo si è saputo soltanto il giorno in cui si è presentata in clinica per partorire. Per concepirla il boss di Ottaviano e sua moglie, Immacolata Iacone, sono ricorsi all’inseminazione artificiale. Quella bambina che da qualche mese non può più abbracciare il suo papà recluso al 41 bis, vede il genitore al massimo una volta al mese. Un rapporto a distanza, complicato, difficile. Un legame comunque forte, come ribadito dallo stesso Cutolo: «Sono pronto a morire se non posso più abbracciare mia figlia», aveva confidato, qualche mese fa, al suo avvocato. «Papà ti prego fatti curare, fallo per me», scrive ancora quella bambina. Una lettera d’amore che però non verrà mai recapitata al capoclan, oggi ricoverato all’ospedale di Parma. Per i giudici il boss non merita di ricevere quella missiva. Nonostante il temporaneo trasloco in ospedale è comunque ancora recluso al carcere duro.